lunedì 31 marzo 2014

Madonn sui marciapèe



Ricevo una telefonata da Antonio Colombo, il mio gallerista di Milano: 
AC “ Faccio una cosa in Aprile con Zio Ziegler, vuoi partecipare?”.
IO “Zio Chi?”. 
AC “Dai, Zio Ziegler, è un graffitista bravissimo, molto prolifico, molto fico, molto ricco, molto giovane, molto tutto, vive a San Francisco, ha dipinto gli uffici di Facebook …”
IO “Guarda, non lo conosco e mi sta già sui maroni…” (risate dall’altra parte del telefono da parte di AC).
AC “Su Giacon, fatti venire un’idea, ci sono anche un sacco di altre opere esposte…perché non dipingi anche tu qualcosa? …No una bicicletta no”.
Il giorno dopo mi sveglio con una folgorazione… Madonna e i madonnari! Certo, dopotutto i madonnari sono stati da sempre la nostra vera street art, molto prima che il termine “street art” venisse coniato. Si tratta di un tipo di arte presente in Italia fin dal secolo XVI , ma di cui si hanno documentazioni visive solo dai primi del ‘900 ad oggi (per ovvi motivi). Una forma di arte popolare, e umile. Una forma d’arte effimera, le cui opere sono destinate a sparire pochi giorni dopo l’esecuzione, calpestate dalle persone, lavate dalla pioggia. Il vero antenato della moderna arte di strada. Un atto di fede, e insieme di sfruttamento della devozione popolare, perché di fronte a una immagine sacra disegnata davanti a una chiesa come si fa a negare un’elemosina?
Io disegnerò la mia Madonna in metropolitana, per terra, mentre Ziegler farà il suo mega intervento su 15 metri quadri di parete.
A me, modestamente, basta un po’ meno, userò tre metri x tre, e disegnerò una Madonna con bambino, ecco qui il bozzetto:



La disegnerò su fogli di carta incollati al pavimento. Molti potranno optare che così non è proprio da madonnaro, ma non avevo scelta: i gessetti non attaccano sulle piastrelle della metro. Inoltre vorrei far notare che ormai molti madonnari moderni disegnano su una tela arrotolata che dispiegano città dopo città, finche il lavoro non è finito. Poi chissà che fine fa.
All’inizio mi chiedevo se filologicamente non sarebbe più corretto anche chiedere un offerta, ma l’ho già fatto in passato. 
In effetti in questo momento ho altri problemi meno filologici e più concreti: mi reggerà la schiena? Non l’ho mai fatto prima, verrà fuori una porcheria?
Questo lavoro è anche un omaggio a Jannacci, cantautore che ho sempre amato, e a una sua canzone in particolare, “La ballata del Pittore”. La cantavo con il mio amico Checco, a 17 anni, in fuga da Padova in estate, in autostop…
Per chi non sa il milanese, ecco una traduzione fatta così, su due piedi:

Lui stava sempre in un angolo della strada
e non parlava mai a nessuno
lui pitturava , mattina e sera, madonne sul marciapiede
lui pitturava, mattina e sera, per far qualche soldo

La gente passava e diceva : ma come si fa?
A fare le Madonne così spotacchiate?
Però quando passavano, davano uno sguardo prima di tirare avanti
davano un’occhiata, e poi qualcosa gli davano, gli davano cento lire.

Un giorno che c’era confusione, 
c’era il mercato proprio vicino al suo cantone.
E’ passato un vigile, con gli scarponi, e ha cancellato le madonne,
lui è saltato su che sembrava una biscia, e ha osato dirgli: “Pirlone!”.

Adesso ha cambiato angolo
sta in un angolo di San Vittore
nella sua cella ha disegnato una scena della Crocifissione
Il suo Gesù ha la faccia di un vigile, un viglie con gli scarponi. 

L’ho sempre trovata una canzone bellissima, con un finale feroce. Eh si, lo so, manca il taratarattarattarattariraaaa tipico di Jannacci, ma cercate di immaginarvelo. 
Alla fine del lavoro non so cosa sarà della mia Madonna sul marciapiede, ovvero se sarà strappata, calpestata, apprezzata, disprezzata, e non voglio nemmeno pensarci, la voglio disegnare e basta. 


3 Aprile, da qualche parte della Metropolitana, linea gialla fermata Repubblica, dalle parti del passante ferroviario a Milano, dalle 18 in poi.


mercoledì 12 febbraio 2014

Oh Freak sei chic


Freak, freak, freak. 
Ciao Roberto, lo sai che non avevo mai amato quel freak tra nome e cognome e non te l'avevo mai detto? 
Mi sembrava un retaggio di un periodo da archiviare, un periodo che in fondo era anche il mio periodo fricchettone, ma certo negli anni ottanta non si poteva ricordare, era così demodè. 
Ti conoscevo perché gli Skiantos mi avevano insegnato già nei tardi anni '70 che si poteva salire su un palco e atteggiarsi a rockstar dei poveri senza saper fare musicalmente niente di niente, eppure raccogliendo lo stesso in egual misura fischi ed applausi. 
A volte, nei concerti dell'Autonomia Operaia padovana salivo sui palchi a sorpresa e disturbavo i concerti di cantautori deprimenti e gruppi folk di Pomigliano d'Arco con la mia versione sgangherata di "Largo all'Avanguardia". 
Un giorno presi il treno, ed andai a Bologna per conoscerti. 
Non sapevo dove abitavi, avevo solo  l'indirizzo della Harpo's Records, l'etichetta indipendente che sarebbe diventata l'Italian Records, e che aveva pubblicato il primo disco degli Skiantos. 
Mi accolsero in maniera informale, e mi dissero che se volevo conoscerti bastava che me ne stessi lì, seduto da qualche parte senza disturbare, e che prima o poi saresti passato. E passasti.
Una volta arrivato sembravi incuriosito da questo ragazzino di Padova, che faceva dei disegnini ispirati ai gruppi demenziali bolognesi... Io ero assai impacciato, ma mi lasciasti mostrare i miei brufolosi sgorbietti e mi raccontasti in maniera rocambolesca come erano nati gli Skiantos. 
A questo punto i miei viaggi Padova -Bologna divennero costanti, e quelli della Harpo's si abituarono alla mia presenza, anche se non capivano bene che cosa ci facessi lì.
Con grande tempismo mi misi a disegnare una biografia a fumetti degli Skiantos, supervisionata da te, proprio quando tu decidesti di andartene via dal gruppo e iniziare un percorso da solista. 
Per un po' non frequentai Bologna, misi in piedi la mia scalcinata band, gli Spirocheta Pergoli, e Vittore e Piermario mi coinvolsero in Trax, il loro network artistico. Tutto ciò mi teneva occupato un bel po'. 
Continuavamo a scriverci, ti incontravo ai grandi concertoni bolognesi, I Clash, I Devo. 
Il mio stile cambiò.
Un giorno ti scrissi una lettera, in risposta a una tua cartolina in cui mi chiedevi, ad ogni modo, come stavo. Avevo siglato la mia lettera con un pupazzone, disegnato con i Pantone, e tu telefonasti a casa dei miei: "il tuo pupazzo mi ha fatto molto ridere, forse ho del lavoro per te". 
Si trattava di disegnare il manifesto per la tournée di Beppe Starnazza e i Vortici, e il primo 45 giri della band, che proponeva versioni futuribili di brani di autori che tu definivi "protodemenziali", come Petrolini, Natalino Otto, Carosone.



Andai a Milano alla CGD, con il mio manifesto, ma quel giorno dovevo vedere anche quelli della cooperativa Storiestrisce, che gestiva lo scouting di giovani autori per Linus e per Alter.
Ricordo che era una giornata di sole e di maggio, e io con i miei rotoli da disegno e una tosse asinina mi presentai a Milano.
Quelli di Storiestrisce erano perplessi vedendo i miei primi acidi fumetti, ma quando videro i disegni di Beppe Starnazza ebbero un'illuminazione : "perché non disegni delle brevi storie di Beppe Starnazza per Linus? Chiedi a Roberto se le vuole scrivere…"
E così cominciò la mia carriera ufficiale nel mondo del fumetto, tu mi raccontavi le tue storie al telefono, non c'erano fax e non c'erano le mail, così tu mi descrivevi a voce la storia, e io ti raccontavo come l'avrei disegnata. 
Era un rapporto basato sulla fiducia. Ogni tanto ci venivano le idee in treno, tra Bologna e Milano, tra Padova a Bologna, ti mettevi le dita nel naso e ci veniva in mente una storia su Beppe Starnazza e le caccole, cose così. 
Poi anche la band si sciolse, credo per colpa della CGD, che aveva investito soldi che non erano rientrati, e insieme alla band terminarono le nostre storie su Linus, ma siamo rimasti in contatto. 
Io venivo a vederti ai concerti e agli spettacoli teatrali, tu leggevi i miei fumetti su Frigidaire. 
Passavano gli anni e ci vedevamo ogni tanto, un po' più vecchi, ma sempre timidissimi.
Non sapevamo cosa dire, e il tuo sguardo (anche quand'eri fatto) era quello insostenibile di chi sapeva troppo bene come andava il mondo degli artisti amati ma poco compresi, e nascondevano abissi di ironica malinconia, a quel punto bastava un abbraccio, e così andammo avanti per sempre. 
Non abbiamo più lavorato insieme, ma ogni tanto ce lo riproponevamo, un po' con quella formula gentile che si deve recitare quando ci si vede, quasi per sottolineare che non ti sei perduto del tutto. 
Ciao Roberto, ci siamo voluti molto bene, e questo è tutto, non siamo mai stati molto bravi a dirci molto di più. 
Restano le storie, qui c'è una delle mie preferite.





sabato 14 dicembre 2013

Illustri attori


Questa è la mia prefazione per la mostra Illustri, curata da Ale Giorgini, è una mostra bellissima, io non ci posso essere, ma per farmi perdonare, e visto che tutti sono stati così carini da chiedermi di scrivere un'introduzione, la condivido con tutti qui, anche se oggi il blog non sembra rispondere e chissà chi la leggerà mai...




Illustri attori
di Massimo Giacon
(artista, insegnante, comic maker, designer,i llustratore, rockstar in pensione)

Scusi, la sua professione? 
"faccio fumetti".
Eh?
"faccio l'illustratore".
Ah, Ok.
Chissà perché quando ho a che fare con le istituzioni la prima risposta crea una seconda domanda mentre la seconda tranquillizza e mette tutti in pace, evidentemente si tratta di una professione rispettabile, anche se suppongo che il : carabiniere-funzionario di banca-impiegato delle poste- agente delle tasse- commercialista- idraulico- spedizionere- tassista etc etc abbia solo un'idea abbastanza vaga su cosa voglia dire essere un illustratore di professione. Su, dai, è quello che ha il compito di riempire lo spazio tra un blocco di testo e l'altro nei giornali che leggi… Hum , mi correggo, che ogni tanto sfogli prima di una visita medica o dalla parrucchiera o al bar mentre bevi il caffè…No l'illustratore non è quello che fa i diagrammi che spiegano quanti soldi stiamo perdendo ogni giorno, o che raffigura con un disegno schematico e dettagliato come è avvenuto l'incidente il caso di cronaca nera lo tsunami il terremoto l'inondazione l'omicidio di Cogne i luoghi dove si appostava il mostro di Firenze come funzionano i Google Glass come si prepara il sushi con un tocco di fantasia partenopea, o meglio sì, l'illustratore è anche quello, ma questi qui che stai vedendo in questo catalogo sono diversi, non sono più nobili o più importanti. Sono diversi…E pubblicano soprattutto all'estero.
Estero?
Pubblicano in America!
Aaaaah, ooohhh! America!!! Però! Allora devono essere bravi!
Per la persona mediamente acculturata che vive in Italia purtroppo la parola America è ancora un sostantivo che accostato a un individuo X ne accresce il prestigio, America probabilmente è una parola che evoca ancora memorie ataviche legate alle navi piene di immigrati italiani che indicano con voce tremante la Statua della Libertà : A-A-A Ammericaaaaa!
E' vero, si tratta di una generazione di illustratori che pubblicano (anche) in America. Ma nessuno di loro vive lì, pur lavorando per molte riviste molto radicate nella quotidianità americana. 
Un artista che viene dall'estero (o anche dalla provincia americana), se vuole iniziare a combinare qualcosa nel mondo dell'arte che conta in America si deve trasferire a New York oppure a Los Angeles. Non ci deve fare una vacanza, nè starci per qualche mese, né starci per un anno, deve viverci. Altrimenti un gallerista che ti giudica interessante non investirà mai su d i te, i suoi collezionisti vogliono conoscerti, frequentarti, diventare i tuoi amici, uscire con te, vederti ai parties, altrimenti non funzionerà.Gli americani vogliono il tuo corpo in ostaggio. Era così nel passato, e Internet non ha molto modificato questa linea di pensiero. 
Gli Illustratori invece sono l'avanguardia di un nuovo modo di lavorare : internazionali ma legati alla vita in casa, connessi ma allo stesso tempo riservati. Se vanno alle feste lo fanno per divertirsi. Se viaggiano lo fanno per conoscere, non per disperazione. 
Sono stati in giro per il mondo e poi sono tornati a casa, hanno preso contatti interessanti e se li sono pian piano coltivati, come il basilico sul terrazzo. Usano mezzi tecnologici, ma anche tecniche antiche (la serigrafia, il feltro, le carte ritagliate). 
A differenza di un artista, che può vivere per tutta la vita di un idea unica coniugata con stile, gli illustratori sono costretti ad avere ogni volta un'idea diversa, interpretandola in maniera diretta, efficace, sintetica il più possibile.
Immagino quanta fatica abbiano fatto, partendo dal'entusiasmo ormonale - adolescenziale che invece ti spinge a riempire tutto, a spruzzare di seme creativo la pagina senza lasciare spazi vuoti. Immagino soprattutto quanti fogli zeppi di personaggi fantasy e biomeccanici e manga e robottoni e fatine floreali e motociclette e macchine da corsa e muscoli ipertrofici ed eroine mammellute e armi impossibili da imbracciare e mostri e zombies e vampire dark e vampiri dall'aria efebica ed ermafrodita e naturalmente nessuna idea prospettica né sulla natura né sull'architettura siano stati sacrificati alla Dea della Creatività Banale prima di arrivare a questi risultati.
Immagino il giorno in cui si sono trovati con il loro stile in mano, ed era proprio quel giorno lì, quello che non avevano programmato, quello in cui si erano messi a disegnare dopo che erano mesi che scopiazzavano quell'autore che piaceva tanto, ma che maledicevano perché esisteva già prima di loro e avrebbero voluto tanto essere come lui, o magari avere una Time Machine vera per tornare indietro ed ammazzarlo, sostituendosi a lui in un secondo tempo.
Chi disegna guarda i disegni degli altri con occhio diverso dalla persona comune. Non vede solo un'immagine e il suo significato, ma visualizza anche il gesto, il tavolo da disegno, la mano che in quel punto è scivolata, e allora è saltato fuori quel tratto imprevisto, frutto del tentativo di correggere quello sbaffo, di coprire quella macchia. 
Un disegno mi racconta molto della persona che l'ha eseguito: se quel giorno l'autore si sentiva insicuro e allora ha corretto 10 volte quella posizione perché non andava mai bene, oppure se era preoccupato perché non gli avevano fatto ancora il bonifico e allora l'illustrazione per il settimanale economico era venuta particolarmente deprimente, oppure era stanco perché aveva mille altri lavori da fare e allora per quella rubrica di moda aveva avuto un'idea sintetica e bellissima che con pochi elementi risolveva la questione, e anche il problema della tempistica.
I tempi di consegna sono uno degli altri incubi dell'illustratore: Il tempo non è mai abbastanza e resta sempre il rimpianto per aver trovato una soluzione di ripiego, mentre con maggior tempo a disposizione il lavoro sarebbe venuto molto meglio, molto più ricco, molto più dettagliato, molto più intelligente. 
Molto probabilmente il tempo in più sarebbe stato sprecato uscendo a ubriacarsi con gli amici, giocando ai videogiochi, partecipando a un flame su facebook, litigando con il fidanzato o masturbandosi. 
Cari illustri, alcuni di voi li conosco bene personalmente, di altri conosco solo il lavoro, e di alcuni ho visto le immagini per la prima volta proprio in questa occasione, ma voglio bene a tutti in egual misura, perché le vostre notti insonni perdute per una consegna sono state le mie notti insonni, perché la vostra voglia di piangere di fronte a un' illustrazione venuta male dopo una giornata di duro lavoro è stata anche la mia voglia di piangere, il senso di appagamento quando quel lavoro era finalmente finito e ce l'avevi tutto steso li',sul letto, sul desktop, sulla scrivania è stato anche il mio, perché il senso di meraviglia nei confronti di quello che riuscivate a tirar fuori dalla vostra matita indipendentemente da quanto vi sentivate inadeguati e inesperti era anche il mio, perché le frustrazioni nelle conversazioni con clienti che tra le proposte e varianti di un'illustrazione commissionata sceglievano invariabilmente quella mediocre sono state anche le mie, perché il piacere nel mettere ordine sulla la scrivania, temperare le matite e preparare il tavolo dove disegniamo prima di iniziare ogni giorno questo lavoro fottuto e meraviglioso è anche il mio, ogni giorno, again and again. 






domenica 25 agosto 2013

Trax & Traxman

Nell'arco di 5 anni, con Vittore Baroni inventai il personaggio di Traxman, che è stato un pò la mascotte del progetto Trax di Vittore, Piermario Ciani e me. In questo bel testo in inglese Vittore parla in maniera estesa di tutto quello che è stata la nostra collaborazione, io sono riuscito a recuperare invece alcuni materiali visivi a corredo del testo.
TRAX was founded after a brain-storming, actually a meeting in a coffee bar one afternoon while attending a new wave festival, between Piermario Ciani (who thought up the name TRAX and the main guidelines, hence he was TRAX Unit 01), me (Unit 02) and Massimo Giacon (Unit 03). We lived in different towns with hundreds of kilometres between us, so we were mostly “networking” through the mail and phone, meeting only a couple of times a year. We met through exchanges of our ‘zines and fortuitous contacts in the musical underground. Then there were a dozen other TRAX Central Units (persons who produced at least one TRAX item) and approximately five hundred TRAX Peripheral Units in seven years (persons who participated to at least one TRAX project). Piermario (sadly deceased from cancer in 2006) was helping out in the family business at the time, a small bakery, by delivering the bread early in the morning and taking care of the administration. He was also working as a freelance professional photographer and graphic artist mainly for local rock bands (collectively known as The Great Complotto), so his home in Bertiolo, a very small village in the country near Udine, was always an intersection of interesting creative people: punks, comics artists, etc. He was behind many underground projects, fanzines, festivals and exhibitions, plus the conceptual band Mind Invaders. Massimo, a few years younger than me and Piermario, was still a student at the time, just starting his career as a professional comics artist (on the pages of national magazines like Il Mago, Alter, Frigidaire) and playing with his own band Spirocheta Pergoli (later I Nipoti del Faraone) weird songs, a la Residents, that were a stable presence in TRAX products. Giacon turned out to be the more successful of us three, in his artistic career: he still publishes comics and illustrations (in fact, I just reviewed his last graphic novel Boy Rocket), but he has worked a lot as a “neo-Pop” gallery artist and as a graphic designer of objects for top studios and firms like Memphis, Swatch, Alessi.
Since we're discussing Massimo's comics work, I'm interested in the role comics played in the TRAX releases- this seems to be a fairly unique feature when compared with other cassette releases of the time, or other 'mini multi-media' offerings (actually I can think of few 'indie' labels, period, who have released comics-and-music packages.)

Even before I learned to read, I was an avid consumer of comics, and I never really stopped, it is a form of verbo-visual expression that fits perfectly with my own range of tastes, just like rock music or horror movies. Rock and comics both represent, for people born in the Fifties like me (but also for later generations) a form of intrinsic and instinctive revolt to official culture: the perfect media to express dissent and to explore or create new languages. Massimo Giacon was of course a big comics fan, to a lesser degree also Ciani and other TRAX collaborators, so when the TRAX project took shape, it seemed very natural and obvious to include Giacon’s comics in most audio-visual products (as well as his music.) In addition to single short stories and illustrations also by other comics authors (like Johnny Grieco or Davide Toffolo), we created a serialized “long story” of the adventures of the superhero Traxman. With Giacon’s drawings and my own scripts, this appeared in various TRAX booklets and catalogues in a black and white version.


Later, we perfected this story in a re-drawn colour version, that was serialized in the pages of Tempi Supplementari, a nationally distributed magazine published as a supplement to the trend-setting Frigidaire (a magazine that in the early Eighties revolutionized the Italian comics scene, introducing to a large audience new authors like Pazienza, Tamburini, Liberatore, Mattioli, etc.) The Traxman adventures were a sort of spoof thriller-sci-fi epic that both parodied the stereotypes of characters like Spirit or Superman and included the main TRAX players (me, Ciani, Ciullini, Ayers, etc.) in fictionalized form. It was a meta-comic that assumed whole new meanings if you read it knowing the history of the various TRAX members... Unfortunately, just when the Traxman adventures were ready to be collected in book format, Frigidaire found itself financially in bad waters, so the project was shelved.




I do not think anyway that TRAX was the only tape label interested in comics, there were many in DDAA’s French Illusion Production, Charles Burns designing the graphics for early Sub Pop items also comes to mind (when Sub Pop was still a small zine releasing cassettes!), I’m sure there are many other examples. Actually, in 1984 with materials from my collection I curated for the town art museum of Forte dei Marmi the exhibition Nuvole Rotolanti (“rolling clouds”, the comics’ balloon being nicknamed “cloud” in Italy) that was a wide exploration of all kinds of interferences between rock and comics. Massimo Giacon was one of the guests performing at the show, the Spirocheta Pergoli 12” EP TRAX 0784 - Fuzzi Bugsi tumpa il bongo! was published as “catalogue” of the event, and the record was based on a story that Giacon had just published in the monthly comics magazine Alter. I was very disappointed by the book by Ian Shirley Can Rock & Roll Save the World? - An Illustrated History of Music and Comics (SAF, 2005), because it failed to even mention Giacon, Igort, Carpinteri, Archer Prewitt, a whole load of artists/musicians that produced an incredible wealth of work on the thin line between comics and music.
Vittore Baroni, 2009



mercoledì 7 agosto 2013

Spirocheta Pergoli: Romero's Living Dead

In questi giorni mi è arrivato un cd. E' una compilation della Strut records, bella etichetta tedesca, che recupera un bel po' di band degli anni '80, alcune semi-dimenticate, per una antologia storica. Fa una certa impressione, anche ad ascoltarla, per esempio 3 quarti delle band hanno lo stesso suono di batteria (haha). Della mia vecchia Band , gli Spirocheta Pergoli, è stato scelto un brano anomalo, dove non canto (o forse è stato scelto forse per quello), uno strumentale.
Quella che segue è anche una piccola intervista, che compare nel booklet allegato al cd, con la storia di tutte le varie band e della genesi dei vari brani musicali, l'intervista è di Andrea Pomini .
Ringrazio lui, ma soprattutto Alessio Natalizia per aver curato in maniera così certosina l'antologia, (fa un certo effetto), e ringrazio naturalmente Alberto Mineo e Fabio Beltrame che contribuirono materialmente al brano, ed Enrico Friso, il tastierista del gruppo, che il giorno dell'incisione chissà dov'era, ma senza il quale non avremmo avuto le caratteristiche tastierine sghembe che compaiono in tutto il resto della nostra produzione.


- mi fai una breve storia degli Spirocheta Pergoli? mi interessa soprattutto la "visione" dietro la formazione del gruppo, le motivazioni che ve li hanno fatti formare, il genere di cose che volevate fare e che vi hanno portato a suonare insieme, i riferimenti (non solo musicali) italiani e stranieri che avevate...
Io facevo già fumetti. Non pubblicavo ancora per le riviste, ma a 18 anni avevo già un cospicuo curriculum di partecipazioni a fanzines, autoproduzioni e altro, mi inventavo nomi di band assurde insieme a storie che avevano a che fare con la musica dell'epoca, e a un certo punto in piena ondata punk (era il 1979), ho pensato che tutto sommato non ci voleva molto a mettere su un gruppo. Mi piacevano molto i Devo, ma successivamente anche i Residents, i Tuxedomoon, tutta la scena punk di S. Francisco. Mi sembrava "la musica delle possibilità", in più avevo assorbito a 16-17 anni tutto il primo Eno, quello canzonettaro, (mi piaceva molto il suo modo originale di avvicinarsi alla forma canzone). Mi piaceva pure il fatto che all'interno di band mitiche come i Suicide, Contortions e Pop Group operassero dei musicisti che non sapevano palesemente suonare, riuscendo comunque a ricavare musica di qualità. Contemporaneamente veneravo magnifici perdenti come Jannacci, Ciampi, i Balordi, mi piacevano le musiche di Carosello e dello Zecchino d'Oro, e ci tenevo molto al fatto che al nostro progetto venisse data un impronta moderna ma non troppo esterofila. Dopotutto la musica per rumori l'avevamo inventata noi italiani con Russolo, e il mio modo di disegnare si avvicinava a Depero, quindi in qualche modo tutto quadrò. Insieme a due miei coetanei, Alberto Mineo alla chitarra ed Enrico Friso alla tastiera (un'imitazione Farfisa che aveva rubato alla sorella più piccola), passavamo interi pomeriggi a manipolare nastri e a sovraincidere su vecchi registratori a bobine, scoprendo come si potevano "suonare" vecchie radio o vecchi stereo e come re-inventarci delle canzoncine cattive. In genere i nostri concerti erano un disastro, noi sembravamo un gruppo abbastanza precario, praticamente i nostri strumenti erano tenuti insieme con il nastro adesivo.



- il vostro brano nella compilation è "Romero's Living Dead". mi parli del pezzo? come è nato, di cosa parla, aneddoti riguardanti la sua scrittura e/o registrazione, etc.
Ogni tanto andavamo in una sala di registrazione che un contadino con il pallino della musica si era costruito in un paese desolato, stava in mezzo al bosco, e sembrava uno hobbit barbuto, Lui si divertiva un mondo con noi, ci faceva provare i suoi strumenti a percussione autocostruiti e usare il suo 8 tracce a bobine. Durante una di queste sessioni è nata la sezione ritmica del pezzo, naturalmente abbastanza tribale, in un secondo tempo abbiamo aggiunto la chitarra. Era una Hofner degli anni '50, un' imitazione Fender, ma in aggiunta era piena di tasti dalle funzioni a noi sconosciute. Quando veniva accoppiata a un distorsore riusciva a produrre una sorta di miagolio che non aveva uguali. Per finire io ho aggiunto due cose: registravo sempre un sacco di frammenti sonori dall'audio del televisore, e scelsi un pezzo con una donna che urlava, preso da uno dei tanti telefilm di ambientazione medica, per la precisione era una donna a cui avevano diagnosticato un tumore al cervello (nella fiction, ovvio). Le ultime spezie usate come condimento del brano furono delle frequenze casuali, perché collegando in maniera non canonica l'amplificatore del mio stereo a un registratore avevo scoperto che si producevano delle frequenze simili a un synth, ma meno controllabili, che si potevano modulare attraverso una delle manopole dei volumi. Il risultato fu questo pezzo, che pubblicammo su una cassetta Trax, etichetta-gruppo artistico di Vittore Baroni e Piermario Ciani, con cui partecipai ad anni di malefatte. Il brano era molto cupo e ovattato, sembrava registrato all'interno del tubo digerente, e nonostante le nuove e meravigliose tecnologie di missaggio e filtraggio non sono riuscito a migliorarlo nemmeno un po'. E' una marcia, è un omaggio agli zombie di Romero, me li vedevo avanzare inesorabilmente al suono di questa specie di musica. 



- cosa ricordi di quegli anni in italia, della sperimentazione musicale che voi e altri affrontavate? come era la reazione del pubblico, ad esempio?
Il pubblico era sempre abbastanza sotto shock, perché noi ci presentavamo come persone timide, molto gentili e miti, poi sul palco facevamo sanguinare le orecchie degli spettatori. L'effetto era sempre molto acido. Partendo dalla musica e arrivando alla mia vocetta impertinente e acuta non c'era molto spazio per farci benvolere, ma i pochi che amavano la nostra musica erano davvero entusiasti, anche se devo dire che in genere si trattava di persone con grossi problemi, non solo familiari, ma anche mentali, e non è una battuta.




- e del clima sociale e politico, cosa ricordate? 
Gli Spirocheta Pergoli erano un gruppo schierato in qualche maniera?
Padova in quel periodo era una città molto particolare, estremamente politicizzata. All'Università insegnava Toni Negri, e la città dagli anni '70 aveva vissuto una lotta di quartiere tra estremisti fascisti e l'Autonomia Operaia. Ciò produceva una tensione continua, ma anche un dibattito politico molto sentito dalle persone della mia generazione. I creativi come me spesso facevano la figura dei fessi, e riuscivo a prendere le botte un po' da tutti: dai fascisti, dalla polizia durante le manifestazioni e rischiavo di prenderle pure dai militanti di Autonomia Operaia per la mia autonomia intellettuale che evidentemente a lor detta non aveva molto di operaio, ma era anarcoide e basta. Radio Sherwood era la radio del Movimento, e accortasi che a forza di jazz e di gruppi folk nel 1980 rischiava di perdere il tram, decise di fare una specie di festival punk-new-wave. Chiamarono anche noi, e quello fu il nostro primo concerto, e chi era al Teatro Ruzante quella sera si ricorda di noi ancora nei suoi incubi, o nei suoi sogni migliori, questione di punti di vista.

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domenica 28 luglio 2013

Intervista per Flash Art

Questa è l'intervista apparsa su flash art di Aprile-Maggio, a firma di Damiano Gulli, ne è risultata una specie di mappa storica che includeva vari altri gruppi, movimenti, flussi e riflussi.


Fumettista, grafico, artista, musicista, designer, performer...uno degli aggettivi più utilizzati per definire il tuo lavoro è poliedrico...ma tu come ti definiresti?

C'era una vecchia definizione che usava il gruppo Valvoline negli anni '80, ed era "ingegnere dei media", credo l'avesse coniata Igort. Certo a sentirla adesso fa un po' ridere, suona abbastanza presuntuosa, ma era un periodo in cui si sentiva il bisogno di esserlo, e pure di essere antipatici. Forse il termine più semplice è diretto potrebbe essere "artista", l'artista in fondo è sempre poliedrico,  (una buona parte degli artisti lo sono), senza tirare in ballo per forza Leonardo da Vinci.



Inizi nel 1980 disegnando fumetti per la rivista Il Mago, e poi Frigidaire, Linus, Alter Alter...raccontaci il tuo percorso...
Ho iniziato facendo fumetti per le riviste sovracitate, contemporaneamente però ero interessato ad altro: per esempio con Piermario Ciani e Vittore Baroni fondammo Trax, sigla artistica con cui in maniera abbastanza incosciente gettavamo le basi per un arte che pensavamo meno elitaria, fuori dai musei e dalle gallerie, sfruttando quella rete prima della rete che era il circuito postale, e di fatto concependo un tipo di arte diffusa, globale, economica e democratica, svuotata da star e personalismi, una specie di intelligenza senza una vera testa pensante, un organismo pluricellulare che inglobava il fumetto underground, la musica indie, l'Arte Postale, il punk, le fanzine autoprodotte, l'happening. Contemporaneamente facevo fumetti, c'erano riviste che pubblicavano quello che facevo e avevo tutta una generazione di autori con cui scontrarmi e confrontarmi.







I tuoi rapporti con il gruppo bolognese Valvoline?
Hai conosciuto Andrea Pazienza?
Come dicevo prima, con tutto il gruppo di Valvoline (a parte Mattotti, che era un po' più vecchio), eravamo coetanei, per cui molte letture e influenze culturali erano in comune, e anche se loro facevano parte di un gruppo molto definito ci siamo sempre confrontati, ricordo lunghissime discussioni sul futuro del fumetto con Igort, ma anche momenti molto piacevoli in cui abbiamo partecipato ad eventi culturali e musicali insieme, d'altra parte pubblicavamo sulle stesse riviste ed era inevitabile incontrarsi e anche sfidarsi, in una sorta di rivalità legata all'esplorazione di un media, il fumetto, che al momento ci sembrava colmo di sentieri e snodi ancora tutti da scoprire, come se fosse una specie di ricerca delle foci del Nilo nei primi del '900. Pazienza apparteneva a un momento immediatamente precedente, aveva aperto la strada, e in qualche modo aveva mostrato "che si poteva fare". Non avrei pensato di fare fumetti in un certo modo senza il suo "Penthotal", ma come tutti i giovinastri ingrati dopo un paio di anni di professione lo snobbavamo un po', non gli perdonavamo di buttare via il suo talento in cazzate, noi pensavamo di essere più progettuali, poi alla fine la storia  ha dato a Cesare quel che è di Cesare e ad Andrea quel che era di Andrea, e messo un macigno sopra la mia presunzione .


I famigerati anni ottanta! La “Milano da bere”, l'”edonismo reganiano”, il boom del Made in Italy, della Transavanguardia...Anni vivacissimi, le cui influenze in arte e sulla moda sono ancora oggi molto forti, ma per certi versi quasi rimossi e guardati con sospetto...
Come li hai vissuti? Che ricordi hai?
Posso vantarmi di non essere mai stato un fan dei Duran Duran o delle spalle imbottite di Armani, se per questo. La Milano degli anni '80 per me era un territorio da scoprire, venivo dalla provincia, ma noi provinciali sappiamo essere più snob dei cittadini. Gli anni '80, hai detto bene, sono ricordati per tutte le cose che hai detto, per dei tagli di capelli improbabili e per i colori flou, ma contemporaneamente Memphis gettava le basi per un approccio completamente diverso al mondo del design e dell'oggetto, Devo, Pere Ubu, Pop Group, la No Wave, i Residents, i Throbbing Gristle, i Gang of Four modificavano in maniera radicale e politica la concezione della struttura della canzone e del suono, i graffiti di  Haring e Basquiat sono ancora oggi di bruciante attualità, e i fumetti di Frigidaire e Valvoline vengono ricordati oggi come tappe seminali per tutto quel che è successo dopo in Europa e in America, e con una certa presunzione posso dire che, come i futuristi dei primi del '900, il fumetto di quegli anni è stato uno degli ultimi fenomeni artistici italiani in grado di tenere il passo con l'arte internazionale, mentre la Transavanguardia a mio avviso è stato un… equivoco. E qui mi beccherò una tonnellata di critiche , ma è quello che penso, un movimento debole, fatto di pittori mediocri.



io e Mimì Colucci prima di un concerto-performance, 1984

Moebius e la scuola di Metal Hurlant, Robert Crumb...proviamo a ricostruire modelli e fonti nei tuoi fumetti...guardando anche ai disegnatori italiani...
Sicuramente c'è tutto il Will Eisner di Spirit, ma andando indietro c'è il Little Nemo di Winsor mcCay, e non posso dimenticare la scuola Marvel di Romita e di quel gigante che è stato Jack Kirby, (senza di lui la pop art non sarebbe stata la stessa cosa). Poi per gli italiani ho un sacco di padri illustri, da Sergio Tofano a Jacovitti, ma anche autori meno conosciuti come Luciano Bottaro, Lino Landolfi e il grande De Luca de Il Commissario Spada sono stati per me una grande fonte formativa, ma d'altra parte sono sempre stato un grande macinatore di immagini, sin da piccolo.
Quando ero piccolo vivevo in una casa molto fredda, e io e mia sorella stavamo spesso a casa con malattie alle vie respiratorie. Nei lunghi giorni di convalescenza i libri illustrati mi salvavano la vita, e anche se non leggevo guardavo le figure. Avevamo l'enciclopedia dell'arte "le Muse", e così, in maniera inconsapevole, ho assimilato tutta l'arte classica e moderna in maniera acritica, trasversale, e rigorosamente in ordine alfabetico.

Walt Disney

Nel 1985 inizi a collaborare con lo Studio Sottsass Associati. Come è stato lavorare con Ettore Sottsass?
Nella mia vita posso dire di aver conosciuto qualche grand'uomo, e uno di questi era proprio Ettore. Lui mi chiamò la prima volta per collaborare a un progetto di un ristorante in California. Voleva che trasformassi il progetto in una storia a fumetti, facendo capire come la gente lo avrebbe vissuto, per cui immaginai (su testo di mia sorella), una storia con due persone che si innamoravano e si lasciavano nell'arco di una giornata attraversando i locali di questo edificio. Il committente trovò questa presentazione orribile e del ristorante non se ne fece nulla , ma Ettore disse "questo qui non capisce un cazzo", e da lì nacque la nostra amicizia, che proseguì fino alla sua morte, con varie collaborazioni. Ettore mi ha sempre trattato con grande rispetto, e nonostante la differenza di età non c'è mai stato tra noi un rapporto "allievo-maestro", anzi era lui a chiamarmi "maestro" quando ci trovavamo, ma penso fosse più per il gusto di vedermi arrossire. Era una persona molto disponibile, ed estremamente divertente. Lui si prestava anche ai miei progetti più strani, una volta l'ho fatto cantare in uno dei miei dischi, e quando lo faceva ascoltare ai suoi amici diceva "Massimo mi ha fatto dire delle cose assurde!".

Snaporazz restaurant, visualizzazione progetto ristorante in California, Sottsass associati, 1984


E poi altre due progettisti, Matteo Thun e Alessandro Mendini, sono state figure importanti per te...
Con Matteo ho lavorato a un progetto molto interessante, un parco a tema in Germania, fatto dalla Philips, il progetto ruotava intorno a una specie di antenata delle moderne consolle per videogiochi, un prodotto che doveva fare il botto ma che non decollò mai, per cui anche il parco giochi venne presto smantellato, e fu un vero peccato dal momento che avevamo messo sul piatto un sacco di idee progettuali folli. Al tempo c'erano anche molti soldi buttare, peccato non averli potuti sfruttare al meglio… Alessandro Mendini è stato il mio biglietto di ingresso nel mondo Swatch, lo conoscevo per via di Ettore, anche se negli anni '80 c'era una certa rivalità tra i due, (a onor del vero più da parte di Ettore che di Alessandro). Alessandro è sempre stato una persona estremamente curiosa e disinteressata, e nel corso di 30 anni i nostri percorsi si sono incrociati più volte, due anni fa mi chiese anche di fare un fumetto su di lui e Cattelan per Domus, e ora mi ha proposto di progettare una piccola scultura ritraente Alberto Alessi, per una sua installazione per Triennale Design Museum.


La forbice fra arte e design si sta in molti casi stringendo sempre più generando un fenomeno ibrido come quello dell'art-design. Cosa ne pensi? Tu stesso realizzi pezzi unici o in serie limitata...
Trovo sia abbastanza inevitabile, credo che in parte sia dovuto alla crisi, e in tempi di crisi è difficile vendere arte concettuale, il mercato vuole qualcosa di più concreto, e per non sentirsi retroguardia (appoggiando il ritorno alla pittura) preferisce indirizzarsi nel design-pezzo unico (o a tiratura limitata), questo forse dà al collezionista la sensazione di essere più contemporaneo. Il design è un mondo di professionalità molto variegato, dove confluisce l'antica manualità artigiana, ma anche le nuove tecniche di produzione e materiali dalle tecnologie in costante evoluzione. A differenza dell'arte, in cui un taglio al laser o una stampa digitale su tela passano rapidamente di moda, nel mondo del art-design anche una tecnica antichissima come la ceramica può ancora riservare delle sorprese.

Mi sembra di riscontrare una forte coerenza quando ti misuri con i diversi ambiti del progetto...Come avviene però il passaggio, o la trasposizione, dalla bidimensionalità (fumetto, grafica) alla tridimensionalità (design, scultura)? 
All'inizio fu abbastanza scioccante,  perché finché si trattava di disegnare dei decori che andavano applicati sugli oggetti il lavoro era abbastanza semplice, dovevo solo immaginare un bidimensionale su una forma tridimensionale, ma progettare un oggetto fisico era un altro paio di maniche. Poi ho pensato che la dura scuola del disegnatore di fumetti ti porta a dover fare i conti costantemente con un piccolo mondo in cui dare coerenza a tutti i pezzi, e che questi pezzi non sono solo i personaggi e le sequenze narrative, ma anche gli spazi, gli interni, gli alberi le montagne i vestiti e gli oggetti, e gli oggetti fanno parte della storia che vuoi raccontare, non sono semplici accessori, e da quel momento disegnare oggetti è stato più facile.



E come convivono il tuo muoverti in contesti più indie e underground come il fumetto e la musica e il confronto con aziende “istituzionali” come Alessi e Swatch? 
Cerco di non scindere troppo le cose, nel senso che non cerco di alimentare una schizofrenia in cui quando sono underground faccio un po' quel che mi pare mentre quando entro nel mondo della produzione timbro il cartellino e mi metto a pensare da industriale. Per  i miei lavori industriali cerco di non pormi troppi limiti, ma con un po' di sale in zucca. Non mi va di fare il lavoro 10 volte per trovare poi il prodotto che potenzialmente accontenta tutti, anche perché è obiettivamente impossibile, se avessi trovato questa formula farei sempre oggetti che vendono moltissimo. Mi pongo il problema che si deve trattare comunque di un'estensione del mio mondo, e di trovare i punti di convergenza tra il mio mondo e quello del committente. D'altra parte se un committente cerca me vuol dire che questo punto di contatto già esiste, e allora si parte da lì, più che dalla progettazione a tavolino di un "oggetto per tutti". Non esistono oggetti di design universali, a parte gli oggetti Apple, maledizione.

tessuto Memphis, 1990

La committenza incide sulle tue modalità progettuali? Mi sembra di ricordare un'intervista in cui raccontavi che per gli Swatch che hai disegnato negli anni novanta avevi pensato ad altri nomi, ma la casa madre all'epoca aveva optato per qualcosa di immediatamente più riconoscibile e riconducibile a te, come “Gulp” e Crash”...
Più che riconducibile a me, era riconducibile a una visione generica del mondo del fumetto, e dal momento che disegnavo fumetti i nomi Gulp e Crash andavano bene, no? Io non ricordo nemmeno i nomi avevo dato in origine, ma probabilmente avevano ragione loro. Quando anni dopo la Swatch mi richiamò per disegnare un nuovo orologio, disegnai un quadrante con due mostri gemelli che si mordevano la coda e lo intitolai "The Twitch Twins", che mi sembrava un divertente gioco di parole (in inglese suona un po' come "I gemelli Strapponi"). Il guaio fu che da una parte gli italiani non conoscevano bene l'inglese, dall'altra che foneticamente il nome era impronunciabile e suonava male, ma la Swatch rispettò la mia volontà d'autore. Morale della favola: quell'orologio vendette molto meno degli altri, e mi immagino ancora quelli dell'ufficio marketing e darsi di gomito e dirsi tra di loro "visto? Mai dare troppa libertà ai creativi!".


I tuoi lavori a uno sguardo superficiale sembrano estremamente vivaci e gioiosi. In realtà, sono riflessioni dure e amare sulla corruzione e malattia della società, sulla perdita di innocenza, sulla banalizzazione ed estremizzazione del sesso. Penso, ad esempio, alla recente serie “The Pop will eat himself”, a Mr. Suicide (il tappo per vasca da bagno antropomorfo del 2000 disegnato per Alessi), al Popeye project, del 2007, o alla serie Sexorcismo, del 2000... Possiamo parlare di pessimismo, di cinismo o di semplice e crudo realismo?
Non sono cinico, anzi, a dire la verità il cinismo mi ha molto stancato. Se giriamo su facebook troviamo spesso dei vari status in cui si fa a gara su chi se ne esce con la battuta più cinica e amorale. Io non sono così, sono casomai acido, ma pervaso da una specie di "pietas" nei confronti delle umani debolezze. Non ne sono schifato, ma ne sono partecipe, e a volte ne sento il peso, sento il peso della Storia, e di tutte le scelte sbagliate. Probabilmente è derivato dall'aver fatto le elementari dalle suore. 

Il tuo progetto più riuscito?
Mi ero divertito molto con il progetto di Sexorcismo, il fatto di aver elaborato una mostra sul sesso sadomaso, i suoi rituali, e aver trovato una formula circense e gioiosa che metteva insieme disegno, pittura, performance, installazione e rock'n roll mi ha soddisfatto davvero. Devo dire che questo fu anche merito della galleria LipanjePuntin che all'epoca appoggiò in pieno questo progetto, che più che un progetto fu una vera esperienza, per me, per i miei collaboratori, per la galleria e per gli spettatori.


E uno non realizzato?
Non uno, ma molti. Restano nel cassetto così tanti progetti, e tra libri mai usciti, oggetti e progetti di mostre ne ho collezionati diversi. Un giorno mi piacerebbe fare una mostra intitolata "idee che non porterò mai a termine e che regalo a qualcuno più capace di me". Tra queste un torneo di boxe per artisti in cui in palio c'è la possibilità di rimanere nel mondo dell'arte contemporanea (chi perde si trova un altro lavoro), un diario di un anno fatto di ritratti ai personaggi della televisione, una mostra di fumetti da osservare al microscopio, etc….


Dall'elettronica con gli Spirocheta Pergoli all'art-rock con I nipoti del faraone fino alle performance come vocalist con i The Blass. Come sintetizzare le tue esperienze nella musica?
E' sempre stata una parte di me, e pur non essendo un musicista in senso stretto ho sempre prodotto musica in tutti questi anni, e con una certa consapevolezza. Non è mai stata per me una forma di hobby, ma una estensione del lavoro, anche se ho potuto applicarmici solo in maniera sporadica. I miei concerti, per quelli che li han visti, hanno un apparato performativo molto forte, anche se realizzato con materiali poveri. Sono vari siparietti musicali, che non sono solo divertenti, ma nascondono qualcosa di inquietante sotto pelle. Sono come i miei disegni, dietro il sorrisone intravedi il disastro imminente. Ernesto Luciano Francalanci, prefatore della mia mostra alla Triennale, l'ha rilevato. Queste ceramiche fanno paura, mi diceva. Infatti non ha voluto venire all'inaugurazione.


E nel 1996 esce il tuo album da solista Horror Vacui. Mi sembra una vera propria dichiarazione di poetica per tutto il tuo lavoro...
Già, anche se nel nuovo libro che sto disegnando su testi di Tiziano Scarpa per la prima volta affronto gli spazi vuoti, e ne sono felice, forse non ho più bisogno di avere troppe cose intorno a me.


Cosa leggi, guardi, ascolti? E che influenze ha sui tuoi immaginari?
Sono un onnivoro, ma sopratutto sono un cannibale di letteratura di genere (gialli, horror, noir, fantascienza), anche se dopo tutti questi anni ne conosco troppo i meccanismi per farmi sorprendere, e per questo sono diventato più selettivo. Mi piacciono molto le serie televisive contemporanee, ma posso passare anche ore a commentare Masterchef Italia, oppure rileggermi qualsiasi cosa scritta da Burroughs (che in una sola pagina poteva aveva idee per 4 libri), e poi amo la poesia delle pagine di Ballard (che in un caso è riuscito a farmi piangere).  La mia playing list è davvero eclettica, ma deve contenere un elemento di disturbo, sono un fan della nota stonata. In questo momento ho appena ascoltato Satie, e mi appresto all'ascolto dell'ultimo disco solista di Jack White (ex White Stripes). 


Progetti futuri?
Nuove serie di oggetti Alessi, questo nuovo libro per Rizzoli Lizard  con Tiziano Scarpa di cui ti parlavo prima, una mostra a 4 al Museion di Bolzano con Diavù, Ale Giorgini e Alberto Corradi (disegnatori della scuderia di XL Magazine), una collaborazione con il Male di Vincino e Vauro,  delle lampade per Foscarini…


Un ultimo aneddoto: il tuo incontro con Tiziano Scarpa che ha portato alla realizzazione del libro Amami (Mondadori 2007)  vede in qualche modo coinvolta proprio Flash Art...
Certo! Si trattava della prima Flash Art Fair all'UNA Hotel di Milano, nel pieno della zona di Corso Como. Quando feci il primo sopralluogo all'hotel, dove ogni galleria aveva a disposizione una stanza (ancora con la Galleria LipanjePuntin, e grazie alla loro incoscienza), notai che tutto sommato non distava molto dall'estetica della stanza della casa di riposo in cui era morto mio padre, per cui feci un'istallazione furibonda, piena di rabbia,  dove ricreai la stanza di mio papà, con il suo pigiama steso sul letto, e le sue medicine e la dentiera sul comodino, poi riempii la stanza di pannoloni da anziano dentro cui avevo disegnato delle cacche in stile cartoon. Su un video avevo ricreato in 3D il volto di mio padre che con un'animazione parlava senza sonoro, dal labiale si capiva che stava dicendo "A M A M I". Nel bagno,  intanto, illuminati da una luce soffusa, erano stati appesi 100 disegnini con 100 personaggi che facevano cose terribili (uccidevano stupravano scopavano animali etc) dicendo "amami", e un nastro registrato riproduceva un bisbiglio di 100 voci che dicevano amami amami amami amamiiiii. Tiziano Scarpa (che mi conosceva già), passò a vedere la Fiera e si innamorò dell'installazione, manifestando il desiderio di trasformare i disegni in qualcosa di scritto… Questa idea venne realizzata anni dopo, per Mondadori (Oscar), Tiziano scrisse 60 raccontini partendo da 60 disegni selezionati da quel lavoro…  Una volta tanto  lo scritto nasceva dal disegno e non viceversa.  A volte i libri seguono strani percorsi…