lunedì 11 dicembre 2017

Hong Kong 2017

Ormai sono decine le settimane del Design sparse per il Globo. Si potrebbe fare il giro del mondo facendosi invitare per ognuna di esse. Anche Hong Kong ha una settimana del Design. Non è una vera e propria Fiera, ma una serie di conferenze in un enorme centro convegni, a cui partecipano decine di relatori. Ora non starò a fare la classica gag: inmezzoatuttiquestigrandicervellichecosacifaundeficentecomeme? E' successo così: una delegazione da Hong Kong è stata consigliata dallo IED a visitare una serie di studi a Milano, tra cui il mio. Ci siamo visti per venti minuti e alla fine mi hanno scelto insieme ad altri Italiani. Questo design week à dedicato all'Italia. Ci sono un sacco di nomi grossi, c'era bisogno del classico nome utile per la quota "stramboidi" e hanno scelto me.
Si parte. Mi hanno dato la business e me la godo tutta. Nonostante la comodità del posto in aereo so che non riuscirò a dormire per niente per cui tanto per cominciare una abbuffata di film non me la toglie nessuno.
Nelle 11 ore di aereo che mi aspettano mi vedo:
IT: meno brutto di quel che mi aspettavo. Sophia Lillis, l'interprete femminile nel ruolo di Bev, l'unica ragazza nel gruppo di bambini Perdenti è perfetta per il ruolo e penso che abbia fatto innamorare chiunque. Il cast dei ragazzini è azzeccato. Il Paiasso meno, ma nel complesso il film regge, voglio vedere come se la cavano con la parte 2 della storia, con i protagonisti adulti.
ATOMICA BIONDA: al di là del titolo, uno spy-action movie non disprezzabile, merito di Charlize Theron.
LOGAN: bel superhero movie in versione senile.
ALIEN-COVENANT: parte benino, ma alla fine si involve in un racconto che vorrebbe dare un senso al prequel Alien-Prometheus, ma riesce solo a dare un senso nuovo alla parola pretestuoso. Dovevano lasciare Alien 1 e Alien 2 dove stavano senza prequel o seguiti. Così rischiano che nessuno abbia più voglia di vedere uscire nemmeno una cavalletta dal culo di un astronauta infettato da un organismo alieno per i prossimi 50 anni.
Ma torniamo a noi: si inizia con un antipastino con salmone. Da ora in avanti, come sempre quando si parla di design, il salmone sarà ovunque, in qualsiasi pasto possibile.


Si arriva a Hong Kong prestissimo. Mi becco all'aeroporto con una parte del contingente degli italiani. Jacopo Foggini, Mario Trimarchi, Giulio Vinaccia, Francesco Librizzi, Emanuel Babled. Dal momento che arriviamo in albergo prestissimo (alle 8 del mattino), le camere non sono ancora disponibili fino alle 11, ma facendo le facce da cani bastonati e rompendo le scatole ogni 10 minuti alla concierge alla fine alle 9.30 siamo in camera, camera da cui vedo la città, il mare, e un enorme cantiere a vista.




Io dovrei farmi un riposino, ma non ci riesco. Ricevo un pacco che comprende i miei pass, la lista (lunghissima) degli eventi a cui devo presenziare, gli inviti, un regalo (che si rivelerà alla fine un gadget utilissimo), e cominciano già a mandarmi What's up di benvenuto e relativi al mio primo appuntamento. L'importante è crederci.


Mi hanno chiesto di presenziare alla consegna dei premi per gli Asian Awards di architettura e design, per la sezione Communications, devo solo sorridere, stringere mani e consegnare dei parallelepipedi in metallo. Prima però devo fare le prove per la mia breve lettura di venerdì. Sono super organizzati. Io no, perchè mi accorgo che su uno dei video che faranno da corollario visivo alla mia conferenza ho montato l'audio sbagliato. Passerò le prossime ore a montare l'audio giusto sul video in questione, bestemmiando. Il mio ambassador, Jackson Choi, mi preleverà alle 14,30 in albergo. Ce la faccio al pelo, giusto il tempo di fare una doccia e ci sono. 


Il centro congressi è contiguo all'albergo. Dopo le prove in questione e la sostituzione del video sbagliato vengo condotto alla consegna degli Awards. E' tutto molto veloce, ovviamente agli awards sono l'unico senza badge, ma non importa, in questi giorni mi renderò conto che nessuno mi chiede alcun pass. La mia faccia è già un lasciapassare per qualsiasi cosa. E' come se avessero registrato la mia faccia e un sacco di persone a me sconosciute mi avvicina  mi chiama per nome e mi conduce gentilmente a fare interviste e alle poltrone e spazi a me assegnati. SEMPRE.



Finita la premiazione, dove per 3 minuti di presenza mi sono visto 2 ore di premiazioni ad illustri (per me) sconosciuti, vengo condotto alla cena in onore dell'Italia. Il vino è buono, gli italiani fanno comunella tra di loro e cominciamo, tra alcool e jet lag, a scivolare verso una beata incoscienza.



Io ho la forza di ritrarre i miei commensali Giulio Vinaccia, Emmanuel Babled e Odo Fioravanti, arrivato anche lui oggi. 


Dopodiché si ritorna in albergo, dove crollo in un sonno senza sogni per tre ore, mi sveglio e non riesco più a dormire. Questo mi consente di vedere le luci della notte e anche quelle dell'alba.



La mattina mi fiondo a fare colazione. La colazione è l'apocalisse.
L'albergo lavora a ritmo serrato la mattina, e dato che servire cibo per persone da tutto il mondo spalmate per un grattacielo di 40 piani non è uno scherzo, c'è davvero di tutto, cucina internazionale, cucina cinese, cantonese, cucina indiana e da tutto il mondo. Io vorrei provare tutto, ma mi limito:
Un frullato di banana, guava, mango e fragola. Un cappuccino. Uova, pancetta, un pezzo di pollo arrosto. Del salmone (ovvio che non poteva mancare), della carne affumicata, del salamone tedesco.
Un somoza piccantissimo. Una strana brioche bicolore che sa da alga. Un muffin e un donuts al lampone. 


Stamattina al Centro Congressi c'è la cerimonia ufficiale di apertura. Per fortuna i tempi in questi giorni sono molto stretti per tutti, per cui non ci sono troppi convenevoli. C'è una conferenza di Fuksas in un inglese divertente. Non vuole dare una definizione del design perchè "Love is Design and Design is Love" (chissà cosa ne penserebbe il grande capo Esiquatsi). Dopodiché un bel po' di foto di progetti sparsi per il mondo che sembrano sempre lo stesso edificio visto da inquadrature diverse. Dopo il suo show vengo finalmente preso da un terribile abbiocco. Finalmente. Vado in albergo dove svengo per due ore, peccato, mi perdo le conferenze di Paul Thompson del Royal College of Art e quella di Jacques herzog.  Ma devo essere assolutamente riposato per la fatica del pomeriggio. 


La fatica del pomeriggio consiste nel fare una lettura sul mio libro Ettore, dedicato a Ettore Sottsass.
Impresa ardua all'Hong Kong Design Institute. Un enorme edificio disegnato dallo studio Coldefy.
Ospita varie discipline: design, moda, graphic design, fotografia, un pò come lo IED di Milano, hahaha scusate, non riesco a trattenere un risolino. Qui studiano più di 5000 studenti, in spazi grandissimi, e si allestiscono mostre che non hanno nulla da invidiare al Moma e al MET. Dopotutto siamo in un paese che sta investendo sul futuro risorse quasi illimitate.
Che gli dirò a questi?
Non sanno nulla su chi era Ettore, Memphis e nemmeno su di me. 













La mia lettura va benone. Gli studenti sono interessati, ridono e si commuovono al mio racconto. D'altra parte Ettore è un personaggio così interessante che grazie a lui è difficile fare brutta figura, e poi ho sempre il mio asso nella manica: mettermi a disegnare dal vivo. Grazie agli insegnanti presenti i ragazzi fanno anche domande, che considerando l'abituale ritrosia orientale è quasi un miracolo. Prima di andare via una studentessa mi avvicina e mi chiede: "perchè dovrei continuare a disegnare?" Le rispondo "perchè disegnare ti salva dal suicidio ragazza mia", mi stringe la mano e mi sento un pochino retorico ed eroico, ma non c'è tempo. Devo prendere un taxi per andare in una piccola galleria dove inaugura la mostra di Memphis a cui partecipa Michele de Lucchi. La galleria è di due italiani, per cui c'è prosecco, prosciutto, mozzarella e carciofi, e naturalmente un bel pò di italiani e occidentali che vivono a Hong Kong. Vengo come al solito avvicinato da gente che mi chiama per nome e di cui ignoro qualsiasi cosa, ma chiacchiero un pò con tutti, soprattuto con un cinese dall'aria sveglia che assomiglia a uno degli attori dei film di Jon Woo. Dopo un oretta mi avvicina e mi chiede se voglio andare a cena con lui. Visto che i galleristi mi avevano invitato anche loro chiedo cosa devo fare, e loro mi dicono " vai con lui assolutamente". Il mio anfitrione è un professore, un uomo d'affari ma sopratutto un "connettore" tra designers, artisti e grosse aziende. Porta me, altre due ragazze del comitato e un designer olandese in una specie di piccola bettola a 50 metri dalla galleria, dove mangio una delle zuppe più buone della mia vita. Ci saranno in tutto 6 tavoli, e dentro al posto ci siamo solo noi. 
Lui ha una visione dello sviluppo cinese molto ottimista. Ci dice che la Cina sforna ogni anno un milione tra architetti e designers e che questo cambierà  il mondo. Un milione di designer ecosolidali,  impegnati nel sociale e nell'architettura ecocompatibile cambierà il mondo. Perchè la Cina ora è pronta per governare il mondo e cercherà di migliorarlo. Io lo spero. Lo spero soprattutto per i giovani designers, perchè con l'inquinamento che sento nell'aria e che ti fa bruciare la gola dopo tre ore che la respiri o muti il sistema respiratorio o crepi giovane. Prima di fare qualsiasi miglioria della società. A me i visionari piacciono, e ci facciamo un selfie usciti dalla trattoria.



Questo quartiere della città è silenzioso. Lì sopra sul rooftop secondo me c'è gente che si diverte, secondo me c'è anche Jacopo Foggini, che è l'unico di noi italiani che in questi giorni ha la forza di andare in giro di notte per locali. 


Questa notte dormo un pò di più, fino alle 5 del mattino. Alle 7.30 scendo per colazione. 
Oggi succo di papaia, il solito frullatone, cappuccino, un bagel con il salmone affumicato, un muffin dentro cui devi spremere il succo d'acero, un bombolone riempito di burro (quella che sembra crema),  formaggio, uova, uova benedict, delle salsicce. Rispetto all'aria che si respira fuori è una colazione sana.


Oggi dovrebbe essere il grande giorno dedicato alla mia breve conferenza nella grande sala. la Sala 3G è molto temuta, perchè è una gigantesca sala conferenze, e se è vuota crea davvero sgomento. 
Io vado a vedere come se la cavano gli altri, poi ho una intervista. Per prima cosa vedo la conferenza di Mario Bellini, poi Marco Balich, che è un grande organizzatore di eventi, tra cui l'apertura dei Mondiali di Calcio del Brasile, le Olimpiadi di Londra e l'Albero della Vita dell'EXPO. Balich è molto bravo, parla un inglese impeccabile e i video fanno impressione, tanto che se fossi uno di Hong Kong che volesse fare un grosso evento con un milione di designer cinesi che giocano a pallone in uno stadio lo farei farei fare a lui. A seguire un pallosissimo speech di Guy Salter sul design del lusso. Pausa. Poi parlano Alberto e Francesco Meda che ultimamente disegnano insieme, due generazioni. Il padre è un designer storico, Francesco è giovane e determinato. Ho un intervista e poi vado a vedere la conferenza di Jacopo Foggini . Jacopo si è ripreso abbastanza dalla nottata e parla del suo lavoro in italiano in maniera semplice ma alla fine non bisogna essere molto complicati, bastano le immagini, e i lavori di Jacopo sono bellissimi da vedere. Tra poco comincio io, più o meno so cosa fare, devo solo decidere se fare o meno una cosa che mi sono tenuto per il finale. 
Oggi è il giorno delle conferenze di tutti, ma per me sarà  difficile vederle visto che siamo in contemporanea in tre sale diverse, faccio in tempo a rientrare nella mia sala dove Paolo Castagna , architetto della luce, parla delle sue installazioni, e dopo di lui ci sarà Sabun Byun, giovanissimo grafico coreano fondatore di Plus X, un'agenzia di comunicazione grafica super clean e minimal. 
Dopo di me c'è Thierry Dreyfus, un light designer francese, ma che lavora molto in America. Più che un francese sembra un americano grande e grosso, con un cappello da cowboy in testa, tatuaggi e grande barba. Ha un aria scontrosa, mi chiede cosa farò e si mette a disegnare un coniglio sul pavimento della sala, in penombra, mentre attende il da farsi. E' una conferma su quello che andrò a fare.


Io faccio la mia conferenza con 4 video relativi a 4 temi diversi: fumetto, design, arte e musica. 
La faccio in italiano, perchè c'è una fantastica traduttrice simultanea. Introduco brevemente ogni video. Ho pensato fosse una buona idea, perchè come si fa a condensare in 25 minuti il lavoro di più di trenta anni? Di fronte alle professionalità globali di gente che lavora per progetti giganteschi vorrei sparire, ma prendo coraggio. La gente sembra gradire le mie introduzioni, le mie battute e la musica. 
Prima che finisca il mio ultimo video mi nascondo in penombra, mi metto delle orecchie di coniglio pelose e poi alla fine esco con un bel "That's All Folks!". Grandi applausi, penso più che altro perchè tutto sommato rappresento un diversivo.




 Riesco pure a rispondere con un inglese comprensibile alle domande che mi fa Kiri Sinclair della Sinclair Communication, che non riesce a farmele evitando di ridacchiare guardando le mie orecchie per tutto il tempo. 



Esco e incrocio Thierry che mi batte il 5 dicendomi "bastardo, dopo di te sarà difficile". Segue intervista, tavola rotonda e fuga in albergo per un cambio veloce prima della cena ufficiale dove nell'invito dicono "è gradito un abito da sera decente". Io mi sono portato il completo del matrimonio, un pò alla Fantozzi.
La sera i grattacieli si illuminano con tutti i colori, il lungomare sembra un lunghissimo Luna Park.



Dovrebbe essere l'ultima incombenza ufficiale. Arrivo nella grande hall per la cena. Un pò di gente mi ferma chiedendomi se ero il tizio con le orecchie da coniglio. Perchè non riesco a fare a meno di fare il buffone? Eppure il mio tavolo dice che sono un ospite rispettabile. 



Come regalo danno ad ognuno un power bank per ricaricare in viaggio cellulare o laptop, e dio solo sa quanto è utile in questi giorni. Insomma in questa cena c'è di tutto: 
Un gruppo che suona tamburi tradizionali, un pò di premiazioni, un gruppo funk di Hong Kong, una cantante di r'n b che deve essere molto famosa perchè la applaudono tutti, c'è pure Yoshi Yamamoto!
Sembra un barbone in questo contesto, ma è gentilissimo, molto timido e io lo trovo elegantissimo. 



Ovviamente non può mancare la cantante lirica che canta nell'ordine: Puccini, Bocelli e Funiculì Funiculà.


E dopo il dolce si va a dormire! Quel diavolo tentatore di Jacopo Foggini mi chiede di andare a fare nottata, ma domani ho programmato una giornata per vedere prima di partire almeno un pochino di Hong Kong diversa dall'albergo e dal Centro Congressi.


Dormo fino alle 6.30, il mio corpo inizia a prendere il fuso orario, ma purtroppo dovrò ripartire stanotte con il volo di mezzanotte e 40, per cui non serve a niente. Affronto la mia colazione, e provo il combo orientale. Il solito beverone a cui sono affezionato, cappuccino, uno strano formaggio, maiale piccante,  noodles con verdure, pollo fritto, un dolcetto all'albicocca, riso, egg benedict al salmone (ormai ci ho fatto il callo), e sono pronto per uscire nel mondo.





L'idea iniziale sarebbe di fare un giro con Odo Fioravanti nella parte popolare di Hong Kong, prendere il Ferry e andare su Ashley Road dove cercheremo il mercato Popolare delle Donne, un grosso mercato all'aperto, e di vedere cosa troviamo per strada. Cerchiamo di raggiungere a piedi la fermata del Ferry vicino alla grande ruota panoramica, ma i lavori in corso ci fanno fare giri assurdi che riportano comunque nelle vicinanze del nostro albergo, incrociamo anche un piccolo spazio sgarruppato con personaggi dei cartoons di Hong Kong e io faccio un pò di braccio di ferro con uno di loro.


Alla fine decidiamo di prendere un taxi (che qui costa molto poco) e siamo dall'altra parte. Un odore potente di gas, aglio, fritto e cenere gratta in gola. Case alveari e sporche. Era ora di vedere un po' di suburra. Questo paese diviso tra grandi ricchezze e schiavitù del lavoro comincia un pochino a dispiegarsi.



Suburra si fa per dire, insomma, anche qui supermercati e Natale e Lego!


E anche qui impesta mr. Doodle. Un graffitista inglese che dicono "ha un disturbo compulsivo che lo spinge a scarabocchiare su qualsiasi superficie". Per la serie senza vergogna: nessuno gli ha mai detto che è esistito un Keith Haring? Come è possibile che ci siano collezionisti che comprano il lavoro di mr. Farlocco?




Per fortuna ci si può rifare la vista con queste meraviglie. Io prenderei il maiale con i pomodorini sugli occhi e l'anatra con il collo ritorto.


Sullo sfondo campeggia un grattacielo disegnato da Liebeskind, che dicono sia il grattacielo più costoso della storia... Ma perchè?


Passiamo vicino a un edificio che espone una piccola insegna interessante. Saliamo le scale e ci troviamo immersi in due piani di giocattoli. Sono centinaia di piccolissimi negozi che contengono qualsiasi giocattolo collezionabile. Dalla A alla Z di tutte le action figures del mondo c'è la qualsiasi, anche delle autoproduzioni underground. Per me è il paradiso. Purtroppo la mia valigia è già pienissima per cui devo fare delle scelte mirate su cose piccole. Però al kit per costruire un' Ultima Cena con un ottimo succedaneo locale del Lego ho dovuto rinunciare, e ci ho lasciato il cuore.




Incastonato in mezzo ai grandi edifici troviamo un tempio. Fuori è pieno di vecchi che giocano a dama. Dentro è pieno di spirali d'incenso acceso che creano un profumo solido. Anche il guardiano dorme, sopraffatto dal forte odore narcotico. 


Non posso fare a meno di fotografare questa installazione di arte modern... ah no è una giostra con cavalli, che qui è vissuta come qualcosa di esotico che tutti fotografano...


Qui c'era un tempo grande sala da gioco. Da costruirci una storia, da girarci un film.


A Hong kong non ho visto grandi opere di street art. Forse qualcuno può indicarmi dove si trovano o perchè non ci sono quasi da nessuna parte? In prossimità del Mercato delle Donne ho visto questo piccolo graffito nascosto, l'unico.


In questa zona di Hong Kong tutti gli occidentali vengono fermati da venditori di copie di Rolex e da tizi che offrono di farti un bel vestito. Odo Fioravanti a uno di questi venditori di strada dice che partiamo oggi. Questo gli risponde "ti faccio un completo da sera in tre ore!" Odo è alto un metro e novanta.


E adesso prendiamo il Ferry per tornare indietro, abbiamo giusto un'ultima cena prima di prendere l'ultimo aereo. Un albero di Natale al neon e un ultimo selfie non si negano a nessuno.




Sull'aereo dormo e guardo svogliatamente altri 4 film:
SPLIT: film con assassino con 24 personalità che dovrebbe fornire la opportunità al protagonista MacAvoy di esibirsi in una istrionica prova attoriale ma si risolve in un plot ridicolo con un ridicolo finale. Goffo tentativo di collegarsi al meglio riuscito UNBREAKABLE.
VALERIAN: non mi piacciono molto i film di fantascienza con troppe porte su altre dimensioni sopratutto quando stringi stringi recitazione e trama di dimensioni  ne hanno solo due. Peccato, i primi 10 minuti fanno presagire qualcosa di meglio.
DUNKIRK: effettivamente il film migliore. Quasi sperimentale. Nolan non mi ha mai deluso, ma visto su piccolo schermo non si può.
Il quarto non me lo ricordo, nemmeno il titolo, la mente lo ha completamente cancellato, o forse è stata la colazione dim sun, a base di ravioli insapori. Quando sapevano di qualcosa era meglio se erano insapori.



Atterriamo stanchi, ma abbastanza contenti. Mi faccio un selfie con Jacopo Foggini, il mio eroe personale di questo viaggio, che è riuscito a non andare mai a letto troppo presto in questi giorni, ha fatto chilometri per trovare un favoloso posto dove si mangiano granchi giganti e si sa godere la vita. 


Tornato a casa guardo i pacchetti di biglietti da visita che mi hanno consegnato. Quanti di questi saranno utili? Di solito ben pochi. Ho fatto bene il mio lavoro, sono piaciuto a quelli di Hong Kong?
Credo di si, ma da questo a trovare chi ti offre un lavoro interessante ce ne corre, e non credo che succederà. Troppo difficile trovare un impiego al mio lavoro per grosse miìultinazionali, e non perchè io sia chissà quanto rivoluzionario, ma semplicemente perchè non riescono proprio a capire cosa farsene di me. 



Ed ecco il gadget segreto che hanno regalato a tutti noi. La cassa wireless disegnata da Ross Lovegrove per l'azienda di Hong Kong KEF. Solido acciaio. Suona benissimo e ci puoi anche rompere le noci a Natale.

























mercoledì 2 novembre 2016

La mia Lucca '50

Quante edizioni di Lucca ho fatto? A partire dalla numero 13 nel ’77 credo di avere saltato qualche edizione, ma sicuramente ne ho fatte più di una trentina. 
In questa edizione ero ospite del colosso Panini, per cui ho curato insieme ad Alberto Corradi e David Vecchiato l’antologia di XL, che contiene tutti i fumetti pubblicati in 10 anni dal supplemento di Repubblica. Fumetti realizzati appositamente per la rivista, personaggi inventati appositamente per la rivista. Idee, eventi, incontri, realizzati appositamente per la rivista. Il tutto orchestrato in gran parte grazie a David Vecchiato (Diavù). 




Quasi ad insaputa del gruppo editoriale l’Espresso si era creata una isola che non c’era nel panorama del fumetto italiano. In un mondo mainstream si riuscivano a pubblicare personaggi di autori underground e sicuramente non molto “carini” come Maicol e Mirco, Ratigher, Dr.Pira, e future star come Tuono Pettinato e ZeroCalcare. In 10 anni la rivista è stata un laboratorio, anche inconsapevole, di linguaggi, e allo stesso tempo una specie di versione aggiornata del Giorno dei Ragazzi degli anni ’70. A rivederli tutti insieme quei materiali ora mi rendo conto di quante idee e quanta libertà creativa avevamo (e dire che ci sentivamo così compressi da Repubblica!).
Grazie a Diego Malara, Stefania Simoncini e a Sara Mattioli alla fine, incredibilmente, il libro c’è. 



Dico che è incredibile perché provateci voi e recuperare da vecchi hard disk di 30 autori 420 pagine di materiali, telefonare a tutti, discutere, a volte anche incazzarsi, convincere di partecipare, far firmare le liberatorie etc etc. Non è stata una passeggiata. Fortuna che di questo bisogna darne atto ad Alberto Corradi, che si è fatto proprio un gran mazzo per coordinare il tutto e che se non c’era lui il libro non sarebbe mai andato in porto.



L’abbiamo presentato a Lucca, sono molto felice di come è venuto fuori, ho avvertito un moto di commozione anche nel direttore di XL Luca Valtorta, che ebbe l’idea di creare questa rivista e di metterci dentro David Vecchiato e di conseguenza tutti noi autori bravi ma mezzi matti e poco digeribili, e alla fine a far funzionare tutto con miracolosi equilibrismi.  Eravamo commossi, pure Valeria Rusconi, la compagna di Luca Valtorta e redattrice di XL che ha seguito da sempre tutte le vicende a corrente alternata della rivisitona aveva gli occhi lucidi quando ha visto il libro. 



Non è stato un successone questa presentazione, ma un successino insperato, perché non è mica facile di questi tempi vendere un libro che costa quasi 50€ e pesa più di un chilo e mezzo in formato XL, eppure abbiamo venduto, e tutti i colleghi e critici si rigiravano un po’con stupore  tra le mani questo nostro strano oggetto pieno di materiali intelligenti, davvero strano.
Abbiamo fatto un grande disegno allo stand Panini, dove tutti quelli che avevano partecipato al libro potevano disegnare, sono passati tra gli altri Stefano Zattera, Ivan Hurricane, Elena Rapa, Maicol, Onofrio Catacchio e anche qualche insospettabile supporter come Milo Manara.









In questa Lucca numero 50 non parlerò di quanta gente c’era (tanta), di quanti cosplayer c’erano (tanti), di quanti autori ubriachi c’erano fino alle 3 del mattino all’anfiteatro ovale (tanti), ma di due temi scottanti a caso, di cui praticamente tutti gli autori parlavano, a voce alta a mezza voce o che pensavano digrignando i denti:
1- Il passaggio dall’era Calcare all’era della stupidera. ZeroCalcare è definitivamente entrato nella storia del fumetto italiano, mentre si avvicinano autori come Sio, o Daw, o altri che fanno della scemenza e del disegno buttato via una specie di bandiera da esibire con orgoglio, e la cosa funziona. Molti autori seri e navigati sono orripilati da ciò. E’ un po’ come quando sei piccolo e ti viene la ridarella e non riesci a fermarti e i tuoi genitori ti dicono “ma che sei, scemo?”. Questa sensazione piace agli adolescenti e soprattutto ai bambini. Durante una serie di dediche decido anche io di farmi prendere dalla stupidera, e devo dire che è abbastanza liberatorio.




2- l’uomo che tutti amano odiare : Roberto Recchioni. Roberto non è molto amato nell’ambiente, e lo sa bene. Probabilmente è odiato profondamente da un sacco di gente che gli lecca pubblicamente il culo. A me non è antipatico, non lo è mai stato. Anzi con me è sempre stato incredibilmente gentile, parlando positivamente dei miei libri e perfino dei miei concerti. Secondo me sta facendo un lavoro strano in Bonelli, non so dire se la sta trasformando in meglio ma… prima del suo arrivo la Bonelli era diventata qualcosa di molto noioso con dei picchi di interesse e qualità altissima (Magnus, Cavazzano, Bonfatti, Napoleone, Manfredi). Recchioni ne sta svecchiando parecchio i vestiti, ha introdotto segni nuovi, un nuovo modo di lavorare. Un nuovo modo di pensare al futuro dell’azienda e capisco che questo gli stia creando molti nemici e moltissima pressione. In fondo ha uno spirito da ragazzino ed è alla guida di un giocattolo molto grosso. E’un uomo dalla penna urticante, ma credo che non se la prenderà troppo per questo disegnaccio nello stile “new wave del fumetto contemporaneo italiano anno '016 ” dalla battuta molto facile (immagino a scuola quante risate su di lui fin dall’asilo, eppure mica si è cambiato il cognome).



- infine tutti gli incontri felici: ritrovare Giorgio Cavazzano (grande gentleman del fumetto), fa sempre bene al buon umore, Laura Scarpa che mi ha incluso in una antologia molto bella, i due matti Nik Guerra e Cristina Simonelli che da anni continuano imperterriti uno a disegnare immagini fetish potentissime e l’altra a cucire e tagliare abiti dark desiderabilissimi. Poi le nuove conoscenze, gli autori di Anubi : Simone Angelini e Marco Taddeo sono la testimonianza che oltre alla stupidera c’è anche un altro tipo di fumetto futuro possibile, originale e per certi versi anche stupefacente.

Un’ultima cosa, su suggerimento anche di Alberto Corradi propongo che nella prossima edizione della kermesse lucchese venga realizzata la statua di un altro grande classico del fumetto a Lucca : Simon Panella Ubriaco. Una statua in vetroresina che ritragga Simon a faccia in giù spiaggiato in posizione a croce. Ha fatto la fortuna per anni dei venditori di alcoolici di tutta Lucca per cui se lo merita. Però non offritegli più da bere per favore, voglio vedere i disegni delle sue donnine ancora per molti, molti anni a venire…




domenica 7 febbraio 2016

The Revenant

The ReVeNant

Il mio problema con il cinema è che su certe cose sono forse un po’ troppo pignolo.
Se un film è dichiaratamente trash accetto ogni tipo di stronzata, anche se un film è mediamente trash, o anche se contiene un pizzico di trash.
Ma da un film apparentemente serio no.
In questo film Leonardo di Caprio dà una grande prova fisica, forse non attoriale, ma fisica di sicuro. Molti hanno detto che se con questo film Leo non prenderà l’Oscar non lo prenderà mai più, ma dopotutto per tre quarti di film striscia, rantola, ansima e tossisce e dico che se mi sbatti sulla neve e mi fai strisciare tra rocce alberi e sterpaglia per 10 minuti pure io rantolo ansimo e tossisco, e anche di più. 
Allora, premesso che su di Caprio si abbattono una serie di sfighe tali che in confronto Giobbe si divertiva in discoteca, e che le probabilità che una serie di sfighe di questo tipo si abbattano su un’unica persona sono molto basse, le due-tre cose che ho rilevato nel film e me ne hanno impedito la visione scevra da irritazione, perché continuavo a ripensare: “bello sì, ma questa è una stronzata che la mia mente non tollera”, non dipendono molto da ciò.
Vi prego, se avete intenzione di vedervi il film senza sapere nulla, non continuate a leggere perché le seguenti righe contengono diverse anticipazioni che forse non volete sapere.
Inizialmente Di Caprio, insieme al figlio pellerossa e un manipolo di cacciatori di pellame sono in fuga da un gruppo di pellerossa ladri che hanno ammazzato metà dei pellicciai per rubare le pelli e rivenderle a un gruppo di cacciatori di pelle francesi e stronzi che non hanno voglia di faticare 6 mesi ma vogliono tutto pronto e imballato per poterlo pagare una pipa di tabacco agli indiani. I francesi parlano in francese tra di loro, e non sanno parlare le lingue indiane.
Voi vi chiederete...Estiqatsi ? 
Attenzione, è un particolare importante che capirete poi.
Dopo che Di Caprio è stato aggredito e mezzo maciullato da un orso, visto che non sembra guarire in mezza giornata gli amici per la pelle lo abbandonano da solo e lui se la deve cavare.


Nel frattempo gli viene ammazzato il figlio davanti agli occhi da un pellicciaio più pragmatico degli altri e questo fa sì che almeno Di Caprio non si lasci morire, ma che mediti vendetta tremenda vendetta. 
Altrimenti il film sarebbe finito qui. 
Appena da solo, Di Caprio si rianima quel tanto che basta per strisciare per mezz’ora nella foresta, e dopo un bel numero di grugniti e rantoli raggiungere uno spuntone a picco su un fiume.
Primo piano di DiCaprio che guarda il fiume, molto lontano. Stacco.
2 secondi dopo lo vediamo con la faccia immersa nel fiume che si abbevera e riempie la borraccia.
????? 
Premesso che visto il suo stato di salute e quanto tempo ci aveva messo a trascinarsi per la foresta, per arrivare al fiume ci avrebbe messo un paio di giorni (e non ci sarebbe mai arrivato vivo), mi vuoi spiegare o tu Inarritu di barba vestitu come cazzo ha fatto?
Magari potevi aggiungere una decina di secondi in cui si vedeva un sentiero e Di Caprio che scendeva al fiume rotolando e rantolando. 
Improbabile, ma non totalmente impossibile.
Vabbene, tiriamo avanti, e cataloghiamo questa scena del crimine come “Stronzata numero 1”.
Passiamo alla Stronzata numero 2-3 (questa è più articolata). 
Di Caprio si riprende un pochino, e rantolando e zoppicando comincia il lungo percorso per raggiungere il fortino, dove si nasconde colui che gli ha ucciso il figlio. Nel frattempo nevica, piove e Leo rischia costantemente la morte per assideramento, per fame e per mano degli allegri indiani che continuano a stargli addosso.
Durante la sua faticosa marcia incontra un indiano triste e solitario, il quale decide, con una ceta ritrosia (avrà pensato “ma che niente niente questo tizio magari porta sfiga?”) di farlo salire a cavallo e di curargli le ferite. A un certo punto l’indiano si accorge che sta per arrivare un tempesta e si trasforma in Mr. Bricolage: in un lampo taglia alberi, riesce a trovare legna asciutta e in mezz'ora costruisce una capanna solidissima, ci accende dentro un bel fuocherello e ci sbatte dentro di Caprio rantolante e febbricitante, al riparo. 
L’indiano invece decide di star fuori per ragioni a me ignote.
Al mattino, dopo una bella sudata e un’aspirina, di Caprio si sveglia, esce dalla capanna e starebbe anche benino, se non trovasse come sorpresina l’indiano appeso a un albero, impiccato a pochi metri da lì.
Ma che caz? Cosa è successo?
Eeeeeh, sono stati i francesi stronzi che hanno incrociato l’indiano e l’hanno impiccato su due piedi.
Eh si sa, il viaggio è lungo, le distrazioni scarseggiano e un indiano che se ne sta pacifico fuori all’aperto non si trova facilmente, per cui non si potevano lasciare sfuggire questa occasione.
Naturalmente non hanno nemmeno fatto caso a quella strana capanna da cui esce un filo di fumo, a dieci metri dall’indiano.
Sono pure riusciti ad appendere al collo dell’indiano impiccato un cartello con su scritto, in francese, “siamo tutti selvaggi”.
Eh?
Non ha importanza che all’epoca buona parte dei cacciatori fosse analfabeta.
Non ha importanza che non ci fosse altra anima viva nel raggio di diecimila chilometri (a parte gli indiani che notoriamente sanno leggere e scrivere in perfetto francese), per cui non c'è alcun motivo di scrivere un cartello a monito del nulla.
MA
Stendiamo delle ipotesi a macchia di Leonardo, ehm, leopardo. .
1- “Hey, c’è di Caprio nelle vicinanze, scriviamolo in francese, così cerca di capire cosa cazzo significa".
2- “Haha dai, ammazziamogli l’indiano, sai che faccia fa quando esce!”. 
3- Tutti i cacciatori francesi sono guerci dell’occhio destro, e la loro visione periferica non ha potuto notare così la capanna dove dormiva (rantolando) Leonardo di Caprio.
Da questo punto in poi del film ho messo il pilota automatico e me lo sono visto fino alla fine senza prenderlo troppo sul serio.
Ad ogni modo ci sono delle riprese pazzesche, un montaggio serratissimo e la natura è incredibile.

Ecco.

lunedì 11 maggio 2015

FactoryFoodFest

Andrea Salvetti, amico designer artista, insieme alla rivista Cookinc mi ha invitato alla prima edizione del FactoryFoodFest…
Ma che cos’è?  Nonostante le spiegazioni di Andrea io non ci ho capito niente.
Dovrebbe essere una specie di “rave sul cibo”, l’antitesi dell’atmosfera istituzionale che ruota intorno all’EXPO, e si dovrebbe svolgere all’interno del suo laboratorio, che è piuttosto grande e ha anche un ampio spazio-giardino esterno.
Io arrivo alle 13.30, e mi fanno prelevare con un macchinone marcato Infiniti, che altro non è che la brand di lusso della Nissan, uno dei tanti sponsors. 
L’autista è ciarliero e gioviale, e ogni tanto mi chiede di commentare le prestazioni della macchina:
“che ne pensa? Eh, Eh?”. Io non riesco a confessargli che non ho nemmeno la patente, e che poi difficilmente nella mia attuale vita riuscirò a raggranellare la cifra sufficiente per per comprarla.
Arrivato a destinazione, trovo per primo Alessandro Ciffo, che sta armeggiando sotto il sole con una struttura metallica e dei potenti elastici. Dovrebbe servire da “shakeratore meccanico”. Uno shacker posto all’interno della complessa struttura di elastici ricevererà potenti spinte e offrirà il mixaggio perfetto.





Questa manifestazione comincia a diventare più chiara: è un mischione di sagra, performance artistica, degustazione e sperimentazione sulla cucina. Ci sono svariati barman, cuochi, chef stellati, produttori di birra, di maiale, di carne, di pasticceria, di pasta artigianale. aziende vinicole, di caffè, di liquori, e ancora pesce alla brace, pane, salumi, frattaglie, formaggi valdostani. 
Qui la vita per i vegetariani sarà molto dura, dovunque ci sono isole per cucinare. Grandi bracieri allì’aperto progettati da Salvetti per mettere sulla brace e sulla graticola qualsiasi cosa.
Un uomo enorme continua dalla mattina a scorticare prosciutti.
In un’altra zona stanno grigliando tutti i tipi di salsicce e delle specie di animelle impanate, marinando carni… E’ il paradiso di Lucignolo?
Io ho contribuito disegnando le etichette per tre prodotti che sono stati concepiti appositamente per la manifestazione: una pasta a forma di mattoncino forato, una miscela di farina, e il caffè MekkaMokka.




Il caffè mekkaMokka era una vecchia performance di Aldo Mondino: qui è un grande tappeto fatto di vari tipi di caffè, e a fine manifestazione verrà distrutto e ridotto in tanti sacchettini.





Stasera suoneranno due gruppi: una cover band dei Pearl Jam, e un trio formato dalla figlia di Anna Morelli, direttrice della rivista Cookinc, che sponsorizza e organizza la giornata insieme a Salvetti.
Sulla cover band dei Pearl Jam ho i brividi, mentre la band composta da due ragazzine e un batterista sta provando. Vengono da Londra (la figlia della direttrice di Cookinc studia lì), e hanno un piglio niente male, vedremo.



In giro si sente parlare in varie lingue: Francese, Spagnolo, Inglese, e naturalmente anche dei bei bestemmioni in toscano. Dentro al laboratorio di Salvetti penzola, al centro, una carcassa di manzo.





Fuori si griglia come se non ci fosse un domani, e si taglia la tartara al coltello.




A un certo punto tirano fuori un'enorme padella per cuocere la pasta di mattoni forati.







Per tutto il giorno, grazie al sole a picco e alle braci sempre accese ha fatto un caldo porco. 
Ora scende la sera e la gente si spinge all’aperto. E’ passato anche il mio amico Vittore Baroni, inizialmente Vittore è scettico, ma poi si lascia coinvolgere dall’atmosfera agreste-situazionista.
E’ arrivato Davide Scabin, del ristorante Combat.Zero di Rivoli, chef stellato molto quotato nel mondo, che a un certo momento si produrrà in una strepitosa bagna cauda utilizzando un metodo arditissimo (getterà nella bagna cauda dei carboni ardenti, producendo uno straordinario sapore affumicato e pure un casino di fumo soffocante).
All’aperto Alessandro Ciffo ha fatto preparare un dolce che ricorda le sue creazioni in silicone, solo che si tratta di budini alla frutta.




Anche altri pasticceri all’interno stanno facendo assaggiare ardite combinazioni, come degli ottimi macarones al caprino e altra roba che ormai stento a identificare.
Ovunque è un assaggio di salumi, formaggi, salsicce di fegato, trippa, capocollo e coppa di testa. Se ci fosse un unicorno, griglierebbero pure quello. 




In un’altra area sta suonando il gruppo cover dei pearl Jam, ma a me i Pearl Jam han sempre fatto cagare, indipendentemente dal valore tecnico della band, per cui ignoro il concerto bellamente.
Dall’alto tutto questo ribollire di pentole sembra una bolgia dell'Inferno di Dante.




Inizia a suonare la band con le ragazzine da Londra, si chiamano Bone, e il loro concerto migliora decisamente la mia serata. Sono la conferma che il R’nR o ce l'hai o non, e loro ne hanno a pacchi. Compatte, semplici, dure, piene di attitudine. Suonano senza virtuosismi e tirano dritto. Le amo fin dal primo pezzo, e suonano solo pezzi loro.






Ritrovo più tardi la ragazzina toscana-chitarrista della band, molto contenta e ubriaca in fila per andare al cesso, e le dico che il loro concerto è stato uno dei momenti migliori della kermesse gastronomica (e sono onesto, la band mi è piaciuta un casino, e si che di concerti ne ho macinati…), a sorpresa lei si gira e mi schiocca un piccolo bacio sulla guancia. Io mi commuovo… Eh Giacon, stai proprio diventando vecchio… Le faccio omaggio del suo piccolo ritratto.



Più tardi una signora spagnola mi attacca un pippotto di complimenti sui disegni, io equivoco e penso che voglia un ritratto pure lei. Glielo faccio al volo, ma lei mi fa “no, no, non volevo un ritratto, e poi non mi somiglia un cazzo!”. Ad ogni modo lo prende, se lo fa firmare (mica scema), e mi schiocca due bacioni sulle guance. Ma cos’è, la primavera? La verità è che siamo tutti abbastanza alticci, così alticci che sopportiamo perfino uno spettacolo di ombre cinesi assolutamente fuori tema, che parte poco dopo. .. e poi è così poeticooooo
Scabin parla, parla e gesticola anche lui, dice cose interessanti che però data l’ora e il tasso alcolico sono un po’ ardue da seguire.
Andrea Salvetti ha buttato dentro un’enorme pentolone un’altrettanto enorme pezzo di manzo e viole farlo lesso. Sono le 2.30 del mattino. Un po’ di gente se ne è andata.
Dopo un’ora, e dopo aver spento i deejay, una ventina di superstiti rimasti tirano fuori l’enorme pezzo di carne, un po’ di sale, due coltellacci e lo piazziano su un gran tagliere di legno, dove si ricomincia a mangiare di gusto. Ormai è una guerra.



Alle 4 del mattino Scabin, ormai vistosamente ubriaco, decide che vuole cucinare con gli avanzi di quello che è rimasto: trova delle verdure, del paté de fois grais, della polvere di funghi, del pepe in grani, del parmigiano e comincia ad armeggiare con grande generosità. Son finite le sigarette, ma in compenso siamo in possesso di diverse bottiglie di grappa di champagne.
Alle 5 del mattino compare un omino in giacca e cravatta, con una 24 Ore. alcuni di noi si mettono a ridere: “e questo chi è, un elfo?” hahaha, in effetti siamo tutti un po’ andati, e pensavamo che fosse un’allucinazione. In realtà è l’autista di Scabin che è fuori ad aspettare da ore e che lui ha mandato a comprare le sigarette per tutti.


La pasta di Scabin è pronta, tutti la mangiano ( e ci mancherebbe, nessuno ha il coraggio di farsi mancare un piatto di Scabin creato apposta per noi). Ha voluto scorporare i grassi del fois gras, mettendoci altre cose non ben identificate e del formaggio. A mio parere sa un po’ di broccolo (che è l’unica cosa che Scabin non ha messo), ma ormai ho le papille gustative in tilt. Una volta mangiata la pasta ci lasciamo andare a un po’ di discorsi da tossici e alle 6 del mattino Salvetti ci caccia a pedate dato che sta lievitando dal sonno. Scabin si trascina nella macchina con autista, dove si addormenta subito, deve fare un conferenza a Torino alle 2 del pomeriggio. 
Buona fortuna. 
Io mi faccio portare da due assistenti di Salvetti alla stazione di Lucca. Chissà che treno troverò. Ho mangiato cibi di tutti i tipi e bevuto alcolici per 16 ore consecutivamente, eppure, alla faccia della gastrite, sto benissimo.


lunedì 20 aprile 2015

Case da sogno

Ho una fitta vita onirica, ma me lo ricordo solo quando mi sveglio, nel dormiveglia, per cui lo scrivo adesso che sono mezzo addormentato. Mi capita spesso di fare sogni ricorrenti, “a puntate”. 
Ho abitato nei miei sogni in diversi posti, posti in cui sono tornato più volte, di cui conoscevo bene ogni angolo, e in cui ho fatto cose di cui ho ricordi appannati. Uno di questi posti sta in uno scantinato, a cui accedevo entrando dalla vecchia baracca degli attrezzi di mio nonno, poi trovavo una scala che mi portava a un fitto intrico di corridoi sotterranei, e infine lì entravo in una porticina di un laboratorio, il mio laboratorio, dove non ricordo che facevo. Ho abitato per diverso tempo in un appartamento barocco e sfasciato, all’interno di una grande casa in via di abbattimento nel centro di Roma. Ricordo un enorme letto dalle lenzuola sfatte. Era un appartamento bianco e scrostato, ricordo anche di averci portato delle persone, a cui raccomandavo di fare attenzione, perché il pavimento scricchiolava e rischiava di crollare da un momento all’altro. Oggi ho sognato uno di quei posti, era il mio vecchio laboratorio, non ci passavo da tempo e sopra avevano costruito un grande condominio per ricchi. Ero finito per sbaglio a una festa, dove mi avevano scambiato per una persona importante, era un compleanno di un vecchio facoltoso, e pensavano che io avessi qualcosa a che fare con lui. Mi hanno chiesto di fare delle foto a tutti i partecipanti alla festa, all’interno di una grande piscina dipinta di verde che stava in un’ala dell’appartamento. Tutti gli ospiti sono entrati nell’acqua, dove sono rimasti vestiti, in piedi, in posa, con l’acqua che lambiva le loro gambe fino al ginocchio. Uno degli ospiti mi ha preso per la spalla, con atteggiamento amichevole e mi ha detto “so che un tempo venivi qui sotto, ma quel posto non ti appartiene più”.




giovedì 2 aprile 2015

Io amo il fumetto, ma è un amore ricambiato?

Quest’anno, credo dopo 15 anni, sarà il primo anno in cui non vado al Comicon di Napoli.
Sono stato gentilmente invitato dagli organizzatori, anche se non ho libri in uscita nell’immediato (ma sarà più tardi, a Settembre), non ho niente in mostra , non ho conferenze da fare, sarei lì a salutare amici, colleghi e a conoscere persone nuove. Non ho voglia di andarci. Non perché non sia un bel festival, tutt’altro, Napoli è meravigliosa, l’organizzazione molto efficiente, sono amici di lunga data.
Ma quest’anno sarebbe un po’ triste per cui preferisco fare a meno. Non c'è più lo stand di XL, 
son cambiate un po' di cose.
Forse dovrei fare una conferenza su Linus e sulla mia esperienza come autore, anche se non so a chi interessi, dal momento che non compaio nemmeno sulla copertina del cinquantenario di Linus con il personaggio di Beppe Starnazza scritto con il recentemente scomparso Roberto Freak Antoni, o  con qualcosa che io abbia disegnato su Linus nei successivi 3 anni. In fondo è sempre stato il problema legato alla mia incostanza, se mi fossi riproposto negli ultimi anni a Linus presentando una nuova strip forse ora ci sarei, nella meravigliosa copertina che sta preparando Ponchione. 
Pensavo che quest’anno ce l’avrei finalmente fatta a partecipare al premio Micheluzzi istituito dal Comicon, visto che avevo un bel libro, scritto dal premio Strega Tiziano Scarpa, ottimamente recensito, premiato a Treviso e al premio Minerva, praticamente esaurito in libreria, sottolineato nelle classifiche di Fumettologica, Wired e Panorama come uno tra i 10 migliori graphic novel del 2014. 
E invece nulla, nessuna nomination in nessuna categoria, niente miglior libro, miglior disegnatore, o miglior sceneggiatore per Tiziano, nemmeno che so, "miglior uomo di 54 anni pelato e con gli occhiali del fumetto italiano”, niente…evidentemente non me lo merito. 
Non vorrei sottolineare che né Lucca, né Napoli, né BilBolBul hanno mai nemmeno accennato a una piccola mia personale, ma poi sembra che sto sempre lì a lamentarmi. 
Naturalmente non basta lavorare con un premio Strega per essere candidati allo Strega, anzi è un viatico per essere totalmente ignorati da buona parte del mondo letterario, visto che né La Lettura, né Fahrenheit hanno dedicato un rigo o un verbo al nostro libro, ma evidentemente non lo meritavamo.
Certo, c’è sempre Facebook e gli amici di Facebook, ci sarà sempre qualche animo caritatevole che mi scriverà che sono un genio e un mito, e così l’ego è a posto.
C’è sempre la soddisfazione di far parte della storia del fumetto italiano, ma a me fa sentire una vecchia ciabatta piuttosto che una vecchia gloria.
Certo, c’è sempre la soddisfazione di avere contribuito alla formazione di una generazione di giovani illustratori, creativi e artisti, che ora guadagnano molto più di me e che quando gentilmente e generosamente mi passano i  contatti con loro agenti stranieri, questi ultimi manco si degnano di rispondere. Eh eh. Come dico sempre, l'allungamento dell'età media serve soprattutto ad allungare la dose di umiliazioni.
C’è la soddisfazione, a 54 anni, di essere ancora sfruttato, copiato, e derubato del mio lavoro da chiunque, ma se merito di essere derubato vuol dire che il mio lavoro vale qualcosa.

Insomma, avrete capito che oggi I don’t feel good, ma naturalmente da veneto testadura continuo a lavorare su nuovi progetti, nuove idee, nuovi fumetti, oggetti, mostre, quadri, installazioni musiche etc etc. 
Solo che ogni tanto ci si ferma un momento e ci si chiede perché. 



mercoledì 4 marzo 2015

Sliding doors

Durante le mie ricerche iconografiche per il nuovo libro trovo questa foto.
Quello con l’espressione da beota e il cappello da golfista sono io.
L’altro è Dave Stewart degli Eurhythmics. Che ci facciamo insieme?
1994.
Siamo all’inaugurazione della mia prima mostra a New York, nella galleria di casa Jay Chat, uno dei più grossi collezionisti d’arte contemporanea del mondo, amico fraterno di Frank Gehry, e titolare dell’agenzia pubblicitaria Chat & Day, agenzia che faceva impallidire quella dei Mad Man. 
La fotografia è di Johnny Pigozzi, mio collezionista e proprietario della fondazione omonima di arte africana contemporanea. Ero a New York con la mia gallerista milanese dell’epoca, Erica Calvi, e ospite della sua cara amica Donatella Brun, moglie di Jay Chat. 
All’inaugurazione venne Maurizio Cattelan, mia vecchia conoscenza, compagno d’asilo e di alcune avventure degli anni ’80, erano i giorni in cui anche lui stava preparando la sua prima mostra a New York. Tra gli invitati c’erano collezionisti, curatori, il gallerista della White Cube Gallery di Londra, il direttore del MOMA. 
Un anno prima, nello stesso spazio, aveva esposto un giovane e sconosciuto artista inglese, un tal Damien Hirst.  
Le opere vennero vendute quasi tutte in pochi giorni. Uno degli acquirenti fu proprio Dave Stewart. 
Praticamente ero al centro del mondo. 
Guardo la foto e penso: cosa non ha funzionato, dopo?
E un bel memento, serve a ricordarmi che il successo globale è proprio alla portata di tutti, 

e quanto sia effimero.