sabato 20 luglio 2013

Cer-amiche

The Pop Will Eat Himself in Triennale, Febbraio 2013.
In tutti questi mesi non sono mai riuscito a postare il testo di Ernesto Luciano Francalanci, scritto appositamente per la presentazione delle mie ceramiche in Triennale, le ceramiche della serie The Pop Will Eat Himself, per intenderci, prodotte da Superego.
Tra le righe del testo si capisce che Luciano le trova terribili, e forse anche orribili, ma si tratta di un testo scritto talmente bene e talmente arguto che non lo potevo certo censurare, e poi forse era proprio nelle mie intenzioni produrre delle ceramiche terribili e orribili, e se qualcuno ha colto l'intenzione ne sono pure felice, tutti le trovano così divertenti! Purtroppo le linee lisce e pulite e i colori sgargianti ingannano...
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Ernesto L. Francalanci
Crampi. Paradoxa Emblemata
Un insieme attraente e repulsivo di torbidità, brillantezza, oscenità, violenza e cattolicesimo anima questi bad toys, Paradoxa Emblemata del Medioevo turpe del nostro tempo, non ammalati da curare, come vuole l’autore, ma incurabili presenze contaminanti, fingendo identità umanoidi: la loro fisiognomica dimostra la patologia gotica, realistica e didascalica dell’illustrazione anche quando cambia di peso.
Il torbido, ciò che oscura lo sguardo e che vela il pensiero profondo, ciò che l’analisi inutilmente rileva e rivela, ciò che si sottrae alla luce e alla chiarezza, ciò che non si deposita e rimane in sospensione; nessuna trasparenza nei  Paradoxa Emblemata, ma oscura torbidezza, disordine rumoroso e scompiglio impediscono il luminoso desiderio di sogno.
 La brillantezza, il Brill, ciò che si oppone all’incerto e alla sfumatura, ciò che risplende per patina artificiale e ceramica, ciò che finge lo splendore illuministico con metodi illuminotecnici; nessuno scintillio ludico nei  Paradoxa Emblemata, ma brillantinità della vernice e della civiltà del lucido.
L’osceno, ciò che estroverte l’interno segreto, ciò che non denuncia l’impudico, ciò che esalta l’ossesso, il deforme, l’informe e l’immondo, ciò che apre al cattivo augurio del kitsch: ciò che è indicibile; nessuna purezza di suono, di parola e di sguardo nei Paradoxa Emblemata, ma entità che godono sadicamente dell’inguardabile.
Il violento, ciò che viola la pace, ciò che produce unheimlich insopportabile, ciò che impone l’autobiografico, ciò che chiama mondo bizzarro il mondo delle perversioni sotto protezione estetica, al di qua del regno dell’orrore vero; nessuna compassione nei Paradoxa Emblemata, ma crudeltà e certezza del banale e del male.
Il cattolico: ciò che ha ridotto la religione ad una questione pagana; ciò che ha dato immagine apotropaica  al non pensabile, ciò che ha prodotto la foresta scaramantica abitata dalle figure del bene e del male: Liber monstruorum de diversis generis.  Al calare del sole, ogni cinque dicembre, nei paesi di lingua tedesca, salgono dall’inferno della tradizione cattolica, i Krampus, diavoli che costituiscono la corte del male che accompagna e integra la bianca magia del vescovo di Myra , colui che resuscitò i cinque fanciulli stuprati dall’oste. Krampf, granchio, convulsione, crampo; richiama l’invasamento diabolico e il dibattersi nello spasmo, è un essere adunco, che afferra e riporta chi cattura nell’oscurità del profondo. Nell’ultima processione in un paese di un nord non lontano centinaia di Krampus sfilavano confusi tra i mostri dello spettacolo hollywoodiano; la notte dei morti viventi invocava la presenza tra le entità del male anche di tutti i Bad Toys.

Ernesto L. Francalanci 
Cramps. Paradoxa Emblemata  
At once attractive and repulsive, a combination of turbidity, brilliance, obscenity, violence and Catholicism animates these bad toys, Paradoxa Emblemata of the current repugnant Middle Ages. They are rather not patients that need taking care, as the author suggests, but incurable contaminating presences that fake humanoid identities: their physiognomic displays the gothic, realist and didactic pathology of illustration, even when it changes in relevance.
Turbid is what tricks the eye and clouds profound thinking, what the analysis purposelessly detects and highlights, what escapes light and clarity, what does not settle and stays in suspension; Paradoxa Emblemata are not transparent, but display obscure turbidity, clamorous disarray and commotion that stop one from the bright desire of a dream.
Brilliance is the opposite of uncertainty and faded overtones; it shines because of its artificial and ceramic surface and fakes enlightened splendour by means of lighting subterfuges; Paradoxa Emblemata do not feature any playful sparkles but the polished shine of the glossy civilization.
Obscene is what projects the inner secret, what does not blame immodesty but praises obsession, deformity, shapelessness and corruption, and opens to the ominous herald of kitsch: what may not be spoken of; there is no trace of purity of sound, word or gaze in Paradoxa Emblemata, but rather entities that sadistically devour the unwatchable.
Violence is what violates peace and produces an unbearable unheimlich, what imposes the autobiographical and calls the world of perversion - under the protection of aesthetics - bizarre, before the boundaries of the realm of true horror; there is no compassion in Paradoxa Emblemata, but rather cruelty and the surety of the trivial and evil.
Catholicism: something that turned religion into a heathen matter; what gave an apotropaic meaning to the unthinkable and produced a thick forest of superstition inhabited by good and evil characters: Liber monstruorum de diversis generis. German speaking countries believe that every 5 December, at dusk, Krampus hordes rise from the Catholic hell. Krampuses are demons that form the evil court, the nemesis and completion to the Archbishop of Myra’s white magic, which helped resuscitate the five children who had been murdered by an innkeeper. Krampf, crabs, convulsion, cramp; all relate of devilish obsessions and spasmodic struggles. They are hunched creatures that snatch anyone they lay their filthy hands on to drag them into the abyss. In the last procession of a Northern country not too far, hundreds of Krampuses paraded in a confused fashion among Hollywood showbiz monsters; the night of the living dead summoned the presence of all Bad Toys among the evil creatures.






giovedì 18 luglio 2013

Giaconismi...


C'è quel che c'è e di quel che c'è non manca nulla

La mia mostra sui trent'anni di lavoro sta ancora svolgendosi alla Galleria Antonio Colombo di Milano. 
Per l'inaugurazione ho ideato la seguente performance: mentre disegnavo dal vivo chiunque poteva disegnarmi sulla schiena. Mi sono vestito da vecchio marinaio, e l'effetto finale è stato quello di una schiena tatuata in decine di porti diversi, anche in qualche galera. Non mi dispiaceva affatto come risultato, ed è stato un peccato doversi lavare dopo. Qualche originalone consigliava di riprendere i disegni realizzati sulla schiena e di tatuarmeli sul serio, ma non l'ho fatto, vorrei tenermela sgombra magari per qualche altra idea, e poi non mi dispiaceva di poter cancellare la lavagna di pelle, come non mi dispiacerebbe dopo questa mostra cancellare ogni effetto nostalgico e riprendere tutte le idee abbandonate , tutti gli spunti creativi, tutti i progetti impolverati e riuscire a portarli a termine. In effetti con la distanza temporale molti non sembrano per niente importanti. Ma per fortuna esiste il testo che Gianluca Marziani ha scritto per la prefazione del catalogo della mostra, dove con molta generosità conia il termine Giaconismo, che poi potrebbe trasformarsi se volete anche in giaco-iconico, oppure in dispregiativo (una giaconata).


 il giorno dopo, prima della doccia
 foto di Roberto Gennari Feslikenian

GIACONISMI
Gianluca Marziani

Allora, caro Massimo, siamo al momento del resoconto parziale, della testa bicefala che guarda indietro mentre cammina in avanti. Decenni di lavoro che si raccolgono attorno ad un progetto riassuntivo, un dono visivo di sintesi e raccordi, scoperte e recuperi, pensamenti e ripensamenti. Non è mai semplice raccontare le molteplici combinazioni di un factotum irriverente e intuitivo, le visioni multiple di un artista che crea nuovi confini per non averne mai di predefiniti. Tutto diviene slittamento, apertura di senso, varco dopo varco, ciclo dopo ciclo, tra conclusioni parziali e introduzioni totali, rischi e consapevolezza, invenzioni e mutamenti. Non è semplice ma giusto che le tue combinazioni artistiche abbiano un criterio finalmente riepilogativo, una ragione olistica che sia propedeutica ai tuoi viaggi istituzionali, dove le migliori storie diventano esempio singolo e guida plurima. Poche settimane fa la Triennale ha enfatizzato le tue ceramiche, offrendo una selezione del tuo dono visionario. Da qui immagino il domani dentro altri musei, dove i tuoi resoconti meritano ospitalità principesca, dove le tue trasgressioni linguistiche meritano il rispetto della Storia. Non preoccuparti, le cose stanno cambiando nel nostro Paese, e non soltanto in peggio come troppi si ostinano a ribadire. Non vedo ulteriori venti di crisi nella Cultura, già da tempo le nostre istituzioni creano mare mosso e uragani come status quotidiano. Sono anni che agiamo in stato d’emergenza, abituati all’apnea del rischio, del poco tempo, del poco denaro ma non del poco pubblico e del poco consenso. Questi, però, sono giorni di cambio direzionale, ore in cui la crisi diviene condizione stabile e dove nuovi parametri stanno ricodificando idee, strutture e organizzazioni. Non è un augurio ma una dichiarazione convinta: ormai ti toccherà il museo come residenza ad ampio spettro, dimora sospesa per i tuoi universi artistici. Hai rotto regole, inventato stilemi, elaborato meccanismi autonomi: e adesso meriti il codice istituzionale come giusto abito da indossare, il tuo dress-code rigoroso da alternare al latex del tuo habitus cerebrale. Con un particolare in più: dovrai continuare a spremerti le meningi, regalarci altre visioni di pari potenza espressiva, dare peso specifico al tuo etabetismo infaticabile, provocatorio, affilato, ironico, assurdamente sensato. Insomma, vada per lo smoking (rosso) ma senza pensare che sia per tutta la giornata: perché quando il museo chiude le porte ti voglio nei paesaggi rosso lucido del rischio, nelle geografie psichiche del mondo rovesciato, dove le nostre membra, cervello compreso, non si stancano mai (anche se ormai non sei più un ragazzino).






foto di Pier Maulini
Pochi artisti meritano un ISMO personalizzato, un ruolo archetipico che gestisca il passato in posizione dominante. Non siamo un Paese normale, questo va detto, altrimenti sentiremmo in giro un aggettivo che origina dal tuo cognome. Anche perché la memoria non mente: hai fatto tante cose prima di molti altri, anticipando il crossover che ormai consideriamo norma, gestendo i tuoi talenti con parsimonia raziocinante. Rappresenti un modello d’azione creativa che ha plasmato la lezione storica degli anni Sessanta, travasandola nel postmoderno con doti estetiche e intuizioni concettuali. La cosa è seria, benché i nostri linguaggi (la tua arte, la mia scrittura) distillino flussi d’ironia e stravaganza; la cosa è molto seria quando mi chiedo perché non si diffonda un GIACONISMO come statuto ufficiale della COMBINAZIONE LINGUISTICA, un riferimento che dovrebbe raccordare chiunque sia arrivato dopo di te. Sei un indubbio riferimento, su questo nessuno può toglierti il merito che ti compete; vorrei che nei prossimi anni si ampliasse la consapevolezza borghese, quella forma di rispetto ulteriore che nasce dall’alto per dare aura a chi arriva dal basso, dai territori underground in cui ti sei formato, dall’antagonismo e dai situazionismi che ti hanno educato. Insomma, conosciuto da molti, amato da alcuni, stimato da moltissimi (e detestato quanto serve, altrimenti qualcosa non funziona).



Stavo rileggendo alcuni miei scritti che ti riguardano. Ripropongo un estratto per l’aderenza sintetica al giaconismo: Massimo Giacon accorcia la distanza tra lo spettatore e il mondo deformato, anormale, eccessivo. Manipola i corpi crudi e crudeli, libera il flusso trasgressivo, deborda oltre i bordi dei generi degenerati. Atti visionari, talento esecutivo e ironia: miscela espressiva di un artista dal multilinguismo genetico, a suo agio nel disagio del comportamento senza falsi pudori e stupidi rumori. I suoi eroi sono eretici, dissacranti, ingenuamente anarchici. Perdenti per natura o vincenti per artificio. Perdenti per forza di cose o con la forza delle cose in azione. La vittoria sta nei loro sguardi, nel loro feticismo, nei loro desideri. Ma anche nel senso del gioco, nel senso mai unico, nel gioco sensato. Disegni, pitture, opere digitali, progetti installativi, oggetti di design, videogames, fumetti, grafica: questo ed altro per plasmare i suoi personaggi “al limite” e creare il mondo oltre quel fatidico limite. Una modellazione fisica del nostro spazio interiore, dei desideri nascosti, degli eccessi che ci portiamo appresso. Massimamente Massimo: il fuoco cammina con lui.



Partiamo da qui per ripartire in ogni dove possibile e immaginabile. Giacon è un poliedro colorato e dinamico, un volume fluttuante nello spazio dell’opera totale. Esiste un ordine cronologico di carriera ma i fatti ribaltano di continuo ogni progressione lineare. Giacon incarna una sinusoide randomica, è l’artista propulsivo e famelico che rimbalza tra sfide progettuali. Non farò il biografo né lo storico filologico, mi sembrerebbe un’autostrada noiosa davanti ad un artista che corre su tornanti e strade pericolose. Andrò avanti per lampi, incroci e combustioni, sulla falsariga di una verariga alla Giacon, a modo mio che significa anche “a mondo suo”, specchio contro specchio per un arcobaleno a molte teste e moltissimi colori intermedi. 




Chiariamo subito un equivoco storico: Massimo Giacon non c’entra nulla con le etichette che girano sui media. Le sue anime sono molteplici e conviventi, si alimentano con regolarità ciclica affinché nessuna fagociti le altre. Questo significa che non possiamo parlare di Pop Surrealismo, Neo Pop, Postdesign... Classi e categorie aiutano critici e curatori, semplificano l’ordine classificatorio, creano aree comuni da gestire come fenomeno; di fatto, limitano il potenziale dell’artista poliedrico, vincolandolo al regolamento d’uso che etichetta ma non chiarisce. Massimo, mi rivolgo di nuovo a te per dirti che i marchi collettivi non ti si addicono, tu sei un archetipo e dovresti trasformarti in un marchio DOP delle arti visive, un propulsore singolo di entità ad alto tasso iconografico. Ti capisco quando dici che in Italia non è semplice affermare l’eclettismo come codice ufficiale, restiamo un serbatoio di qualità artistiche eppure crea panico l’artista inclassificabile, allergico a qualsiasi categoria poiché il suo nome è già una categoria senza copie. Per me vale l’ostinazione del talento, la coerenza come continuità, solo così accetti la prolungata sfida col pubblico e rischi un’affermazione di categoria. Quindi una sola regola: avanti con le proprie convinzioni (come hai sempre fatto, per questo hai vinto la sfida del tempo), anche perché la gente che di solito mi piace adora la tua arte e ciò che di solito ti piace. E questo significa una sola cosa: che la minoranza di questo Paese è ancora meglio della maggioranza. E poi diciamolo: perché certe immagini dovrebbero piacere a tutti? L’arte può essere borghese, varcando soglie di merito, ma non può trasformarsi in un soggetto democratico e populista. Non vedo niente di meno democratico della creazione, ultimo atto divinatorio per affermare l’io creatore con le sue chimere legittimabili. Evviva l’ottusa parzialità della grande arte…




L’ORIGINE DEL (PROPRIO) MONDO… il disegno come nascita necessaria, partenogenesi d’obbligo che plasma la ricostituzione del reale. L’origine dei propri mondi avviene sul foglio bianco, sopra taccuini e sketchbook, lungo foliazioni che diventano filiazioni intime per definire il codice primario del Genoma artistico. Giacon disegna con tratto talentoso, gestisce il segno con frequenze orientali e radicalismi personali, la sua minuzia si fa corpo e gesto, i suoi personaggi moltiplicano il regime identitario e coprono una moltitudine di gender interiori. Plasmare un proprio mondo richiede doti visionarie e una traduzione segnica che sublimi la figurazione: e Massimo lo fa. Se tradurre significa disegnare con adeguata pregnanza, allora tutto è possibile, quantomeno plausibile, quindi realizzabile: e Massimo lo fa. Mi raccomando Massimo, non perdere il battito primordiale delle punte che disegnano mondi. I tuoi mondi. I nostri mondi. Nuovi mondi che si svelano.
FUMETTO… Giacon ingaggia lotte ciclopiche con gli universi visivi, esprimendo un antagonismo atavico che non possiamo riassumere in un solo tema. Lo stesso Giacon disse anni fa: “I miei superfumetti superano la propria genetica, diventano qualcos’altro, che peraltro neanch’io so bene cosa sia”. Di recente campeggia sulla carta di XL, dal passato spuntano testate di giusta mitologia urbana, nel mezzo arrivano carte e tele in cui il fumetto si trasforma senza perdere identità d’origine, assumendo la coscienza iconografica del quadro pittorico, la valenza universale dell’icona senza passaporto o narrazione. 


foto Gregorio Spini

DESIGN… parto dal presepe (“Portable Xmas”) per ALESSI, oggetto di pura sintesi che non dissacra il sacro ma sacralizza il tratto liberato. Un oggetto laico dentro le abitudini religiose della festa: e quando dico “laico” intendo l’attitudine che ha determinato quel disegno, il passo sospeso del primo sguardo, dell’istinto che si traduce in segno su carta. Da qui la magia della produzione industriale con un’azienda che somiglia al DNA di Massimo. Gli SWATCH in edizione speciale erano un altro tocco di giaconismo virtuoso, tatuaggi cronometrici che esaltavano il plasticismo plastico. Due aziende in cui Giacon si adatta come liquido dentro uno stampo. Due punti topici in un curriculum che vanta innumerevoli collaborazioni nel settore industriale. Esercizi di continuo slittamento linguistico e metamorfismo plastico. Esercizi di combinazione artistica.




CERAMICHE… mi lego alla mostra in Triennale, sintesi espositiva di una bella collaborazione con SUPEREGO e le loro tirature per progetti “altri”. Adoro l’antagonismo che si esprime mimeticamente con linguaggi nobili, competenza tecnica e intuito stilistico. Ordinare l’eccesso dentro il controllo, far germinare messaggi consapevoli attraverso il metodo e la tradizione. Le ceramiche di Superego amplificano la memoria storica con forme surreali e psicoemotive. Una perfetta traduzione del disegno in chiave scultorea, secondo logiche minuziose che ritrovo nell’intera produzione artistica di Giacon.




CULTURA DIGITALE… quando vidi i primi quadri digitali di Massimo capii una cosa: che il linguaggio elettronico può moltiplicare le qualità ataviche del disegno a mano libera, definendo il codice tecnologico della manualità. Mi ha sempre colpito quel legame speculare tra matita e penna Bamboo, come se il digitale fosse la seconda vita della grafite o dell’inchiostro, una vita simile ma anche complementare, uno stadio ulteriore nell’evoluzionismo della figurazione. Rivedo i suoi digitalismi e li trovo asciutti, privi di enfasi tecnologica, calibrati da una sapienza che è prima ideativa e poi formale. 




THE POP WILL EAT HIMSELF… a proposito di legame tra disegno e digitale, ripensavo alla tua mostra da Mondo Bizzarro (Roma) con la cura del sottoscritto. In realtà fu una doppia personale visto che in contemporanea avevo curato una tua seconda personale da Lipanjepuntin (Roma). Leggi cosa scrivevo ai tempi: I protagonisti sono i pupazzi da cartoon che popolano il nostro immaginario. Senza tirare in causa i più famosi, da Topolino ai Simpson, a cui l’artista riconosce un’influenza capitale nella cultura contemporanea, ci si sofferma su soggetti di secondo piano con una rivisitazione che rivela il tema della perdita dell’innocenza. Malandati, deformati, acciaccati, vecchi pupazzi che riflettono, come fossero uno specchio, il livello di degrado morale e culturale da cui sono stati contagiati nella società odierna. La mostra è costituita da opere digitali su carta fotografica: partendo da programmi di modellazione 3D, Giacon conferisce una forma e una luce quasi caravaggesca alla sua galleria di pietosi cartoons. Le opere digitali sono accompagnate dagli schizzi preparatori a matita e da una grande tela su PVC in cui tutti i personaggi si ritrovano fusi in una massa di pelouche e tessuto necrotico.
Nel corso della mostra le sigle dei cartoni animati più conosciuti, deformate e trasformate in una sorta di lenta marcia funebre, faranno da colonna sonora.
PERSONAL JESUS… ho una predilezione per questo tuo disegno pittorico. Considero sublime lo sfaldamento progressivo del corpo di Cristo, realizzato con una calibrata china scura su pergamena. Un’immagine maestosa e sacrale, molto più “religiosa” di tante buffonate che spacciano per arte spirituale. No, non preoccuparti, evito di chiederti che rapporto hai con la religione. Ne abbiamo già parlato e non mi sembra il contesto per una disamina etica sulla trascendenza e altri temi di pari portata morale. Lasciamo che parlino le tue opere, trasgressive senza derive, dissacranti con sapienza, cattive senza nichilismo. Vedo maturità nel tuo approccio, niente di provocatorio o facile, al contrario mi fai sentire densità analitica e talento visionario. Hai captato un modo eccellente per narrare l’iconografia di Cristo in un’epoca come la nostra.

PHILOSOPHERS IN THE POP PLANET… qui le grandi personalità filosofiche si ritrovano in un mondo di fantascienze, frangenti splatter, riferimenti da b-movie americano e continue invenzioni stilistiche. I filosofi in chiave iperpop, ancora oggi trovo quel ciclo una piccola bomba concettuale, un lavoro affilato e colto, unico per genere e modo, riprova di un metodo linguistico che si mimetizza tra temi alti e bassi, estremi e popolari. 
SUONI… la parte musicale dovrete ascoltarla, solo le vostre orecchie daranno senso ai progetti sonori di Massimo. Diciamo solo che la musica non rappresenta un semplice passatempo ma un prolungamento delle sue piattaforme visive, un territorio in cui la vertigine sonora completa le chiavi visive dei suoi sguardi. 
Linguaggi molteplici che scambiano informazioni tra di loro, combinando elementi in una fluida sinestesia. La visione di Giacon è orchestrale, un polistrumentismo che calibra lo stridore e le dissonanze, inventando un suono estetico che è pienamente Giacon, inimitabile e archetipico come capita solo agli apripista coraggiosi. Quelle visioni sono popolate da svariati figuri, notturni ed eccessivi, ambigui, antropomorfi e mutanti, una nuova specie nell’umanità dei corpi esplosivi. Li trovo adorabili e difendibili, alieni tra noi “umani”, esseri psicosensoriali che danno un countdown al nostro sguardo inquieto.  
SEXORCISMI… lascio in chiusura la parte più delicata, quella che riguarda il SESSO e la sessualità trasgressiva, intimamente consapevole ma anche estrema, adatta a pochi adepti, roba che scotta se non hai dimestichezza con il potenziale della testa dominante. Voglio parlarne in chiusura affinché sia la vera riapertura del testo verso il mondo reale, verso quell’aderenza empatica tra arte e vita, scrittura ed esperienza, estetica e azioni. Lo dico senza equivoci, nel senso che tali aspetti mi toccano nel profondo, rappresentano pezzi solidi della mia vita, diciamo che aderisco alle identità ironiche di Massimo. La cosa che più amo è l’attitudine dei suoi protagonisti BDSM, quel modo che non svilisce le pratiche ma toglie l’alone mortifero, dando una precisa estetica ai mondi descritti, vestendo corpi e azioni con riconoscibili giaconismi. La dimensione sessuale entra dovunque, circola nelle opere come elemento relazionale e distintivo, informa le azioni con parametri calibrati.


foto Rosario Gallardo
I personaggi del suo universo trasudano evocazioni sessuali, gareggiano coi propri fantasmi per sfogare gli istinti consapevoli. Sarà per questo che sono così brillanti, impareggiabili, anomali e indomiti? 
Diciamo che mi fermo qui, caro Massimo, altrimenti mi tuffo nell’argomento e devio su strade che mi porterebbero lontano dal centro. 
Noi ci rivediamo presto, il futuro dei musei aspetta anche te. 

Per me, sempre e solo GIACONISMO

Gianluca Marziani, maggio 2013


foto di Josè Sala







lunedì 28 gennaio 2013

I Pantone di Paz (ma anche i Carioca hanno la loro importanza).

Ieri sono stato all'Arte Fiera di Bologna.
Ora non mi soffermerò più di tanto sulla qualità della fiera. L'anno scorso, proprio a Gennaio, ho fatto una specie di cronaca giorno per giorno, per cui mi ripeterei, se avete tempo scorrete la cronologia del blog e rileggetevi quel che ho scritto un anno fa. Non è cambiato molto. Quest'anno sono stato in Fiera solo un giorno, per cui ho ancora meno da dire. Si vanno a trovare le gallerie degli amici, si scambia una chiacchiera, ci si stanca, si vedono le solite facce, si riflette un po', ci si deprime, ci si dispiace per non avere opere in mostra, ma poi si riflette che tutto sommato piuttosto che abbattersi il morale per non avere venduto una cippa  tutto sommato è meglio così. Quest'anno a un certo punto mi son fermato e ho notato, in un angolo, la galleria Cà di Frà, storico spazio espositivo di Milano. Il parterre di artisti era quantomeno strano, Araki, Witkin (fin qui tutto bene), Serafini, Pistoletto, Boetti (di questi tempi un Boetti non si nega a nessuno, certo che dopo il duecentesimo arazzo della minchia l'impressione che l'arte di Alighiero sia una bella presa per il culo si fa strada con prepotenza), Civitelli, Pazienza. Un attimo, rewind.
Civitelli, quello di Tex? Pazienza Andrea, quel Pazienza lì. Cosa è successo?
Civitelli non nasconde il suo status di disegnatore bonelliano, anzi ci scherza pure, disegnando sotto a 3 quadri in bianco e nero con cowboys a cavallo il logo di TEX al contrario (XET?), credo sia per sottolineare che quella è arte e non una tavola fumetti o un illustrazione, ah bè, una vera provocazione, altro che Boetti. Questo conferma l'ignoranza nel campo del fumetto da parte delle gallerie e dei critici d'arte. Forse dal momento che Bonelli è l'editore di fumetti più popolare d'Europa ed è morto un anno fa in questo momento forse è il caso di esporre in galleria i suoi autori più conosciuti, magari mettendoli insieme con Andrea Pazienza, che poveretto non c'entra nulla, magari esponendo le tavole di Andrea con delle cornici orrende, magniloquenti e pretenziose per dei disegni meravigliosi che stanno svanendo a forza di essere esposti con le luci sbagliate. Ora qualcuno dovrebbe spiegare ai galleristi la chimica dei pantone e dei carioca, che Andrea usava con disinvoltura perchè mica pensava che quei disegni sarebbero finiti esposti nei musei, ma lavorava in velocità per le riviste, di cui molto spesso era anche corpo organico (Il Male,  Cannibale, Frigidaire). Vedere queste tavole esposte a luci violentissime, con i colori ormai sbiaditi fa veramente star male, e imporrebbe un minimo di cura. I disegni e gli acquerelli degli impressionisti al museo della Gare D'Orsay sono esposti con luci basse e una garza sospesa,  per cui se hai deciso di dare importanza agli originali dei fumetti devi trattarli con la stessa cura.
Andrea forse si sarebbe fatto una bella risata, massì, avrebbe detto, non è una bella idea che i miei disegni svaniscano piano piano al sole, e rimangano un ricordo, scandiscano gli anni che passano per quelli che li han comprati? Alla fine rimarranno i giornalini. Alla faccia dell'arte. Prrr! Il fumetto non ha bisogno di essere nobilitato da te.



giovedì 20 dicembre 2012

L'Eremita


L'Eremita

Un giorno mi scrive Marco Corona e mi chiede di disegnare un racconto breve per un suo progetto, una serie di storie collegate alle figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. 
Le sceneggiature sono state scritte da vari autori, tra cui (una persona che non nominerò, e poi capirete perché).
I racconti di (persona che non nominerò), sono molto belli, e originali, e vengo colpito da una sceneggiatura in particolare, legata alla figura dell'Eremita. Decido di disegnare quella.
La sceneggiatura di (innominabile), è molto interessante: in pratica la storia si sviluppa su due piani, un piano narrativo quasi classico, con una storia muta con sorpresa finale, e una specie di poesia-litania che costituisce una sorta di flusso di pensiero, un borbottio aulico che ritma la storia, che può però anche essere letto indipendentemente,  come una specie di noise collegato con il protagonista della storia, come se un malato di mente stesse borbottandoo in un angolo da solo, poi se ci  avvicinassimo ad ascoltare il suo bisbiglio ci accorgeremmo che sta parlando di noi. 
La storia è piena di elementi grotteschi e abbastanza pornografici, anche se allo stesso tempo non è pensata per eccitare sessualmente. 
Per le varie ragioni che regolano il mondo editoriale indie il progetto non andò in porto, per cui mi ritrovai con una storia che pubblicai prima su Blue (Ferruccio Giromini la lesse dandone la seguente recensione a voce:  "machecaz?"), poi la misi sul web in un sito curato da Sandro Staffa e David Vecchiato che inseriva vari materiali creativi .
A questo punto un piccolo dramma si consuma. 
Mi scrive lo sceneggiatore (che non nominerò) chiedendomi di togliere la storia dal sito.
Sulle prime penso che sia arrabbiato con me per qualche ragione a me ignota, poi mi spiega che ora è insegnante in un college americano, e che se gli studenti  curiosi andassero a fare una ricerca su di lui in Internet scoprendo quel materiale lui potrebbe rischiare il posto, visto che gli americani sono molto rigidi sulla moralità degli insegnanti (bah!). Ah l'America, patria della libertà di espressione! Puoi scrivere quello che vuoi, ma se non mi piace ti licenzio (d'altra parte anche questa è la mia libertà di espressione).
Qui c'è la storia, ma ho dovuto cancellare il nome dello sceneggiatore, cosa strana in questi tempi di sciagurato protagonismo e di persone che ti citano se non li citi a dovere.
Non scervellatevi a cercare di capire chi è, non è famoso nel mondo del fumetto, però secondo me è un peccato, perché è un genio. Tuttora trovo il testo (se avete la pazienza e gli occhi aguzzi per leggerlo), semplicemente bellissimo. 









martedì 6 novembre 2012

Arty Party

Questa breve storia a fumetti ha fatto veramente un sacco di strada.
Non perché sia diventata famosa, ma perché ha avuto un sacco di vicissitudini. Tra i miei amici è diventata quasi leggendaria, perché ho rotto le scatole a tutti raccontandone la trama.
In realtà tutto nasce da una festa di compleanno di un noto artista che vive a Milano (vediamo se siete bravi a indovinare chi è), all'interno della storia fanno da attori vari amici. Sottolineo il fatto che fanno da attori perché ci tengo a rimarcare che la storia mette insieme fatti veri e finzione, il tutto mi serviva per portare a casa i soldi della collaborazione della Lettura, che ad ogni modo alla fine ha deciso di non pubblicarla. Troppe parolacce. E poi sa, i nostri lettori sono molto sensibili alle battute sui nazisti e gli ebrei (?). Beh leggetela e controllate voi se le parolacce son troppe e quanto pesanti possono essere i riferimenti a nazisti ed ebrei.
In seconda battuta ho provato a piazzarla al Male, ma Il Male non sembrava interessato.
Allora mi arriva una mail di Sparagna, che mi chiede se ho qualcosa per il numero di Frigidaire che uscirà per Lucca Comics. Perso per perso mi dico, diamogliela. Due giorni dopo mi scrive il Male: ci manderesti i files di stampa della storia di due pagine? Merda.
Disegnare fumetti è proprio bello. In più mi sa che quelli che leggeranno la storia e si riconosceranno non saranno nemmeno molto contenti. Insomma, un successone.





domenica 28 ottobre 2012

Paz



Ogni tanto mi domandano:
_" ma tu che l'hai conosciuto bene, come era Andrea Pazienza?-"
Per prima cosa non l'ho conosciuto bene, e non mi va di millantare grandi amicizie quando in realtà si è trattato di incontri episodici, poi è una domanda a cui è difficile rispondere, soprattutto adesso.
Andrea è morto che aveva poco più di 30 anni, ai miei occhi oggi poco più di un ragazzino. Eppure la sua statura di artista ancora oggi sovrasta, le sue storie fanno ancora ridere, pensare, immalinconire. 
Io a 16 anni copiavo il suo modo di disegnare, la sua tecnica delle conversazioni-monologhi ad una vignetta per la satira, perfino la sua tecnica di colorazione. Poi negli anni '80 ho avuto una crisi di rigetto, perché bisognava rinnegare la generazione di Cannibale che ci aveva cresciuti.  Negli anni '80 eravamo tutti più cool, e il lavoro di Andrea era troppo carnale per un giovane geometrico quale ero. In sostanza poi la mia generazione non gli perdonava di buttar via il suo talento e l'amicizia con quaqquaraquà come Vincenzo Mollica. Adesso, a rivedere il suo lavoro, butterei via tutte le mie cose degli anni '80 per del Penthotal. Di lui, personalmente, mi resta una manciata di ricordi, quelli che se avete tempo potete leggere qui di seguito (pubblicati anni fa sulla rivista XL) .





domenica 14 ottobre 2012

Bassi Istinti


Un giorno , stanco di dovermi sorbire dagli studenti del mio corso di fumetto pippe autoreferenziali e storie brevi con pretese poetiche e filosofiche decido di tentare un esperimento. 
Ogni studente sarà costretto a scrivere e a disegnare una storia di otto pagine contenente delle parole scelte a caso dal vocabolario. Non devono seguire necessariamente la sequenza con cui sono state scelte, e possono anche comparire sotto forma di immagini, devono però far parte integrante della storia, e non possono essere solo un elemento decorativo. Allora, scegliamo le parole nel seguente modo: bendiamo uno studente, gli facciamo aprire un vocabolario e puntare il dito su una riga (naturalmente viene scelto, una volta eliminati verbi, aggettivi, articoli etc…il sostantivo che si avvicina di più al dito dello studente). 
Otteniamo il seguente risultato:
NANO, APPARECCHIO PER I DENTI, POLENTA, SCIMMIA, VOODOO, SPILLA DA BALIA, TESTOSTERONE, OSPEDALE PSICHIATRICO, ITALIA MERIDIONALE, CINEMA, SINGHIOZZO, ALLUCE, CATRAME.
Per dimostrare che non si tratta di un'impresa disperata e impossibile mentre gli studenti producono la loro opera, anch'io realizzerò una storia di 8 pagine.
Sta a voi lettori adesso rintracciare dove e come sono state utilizzate le parole in questione.
Ne è venuta fuori una storia breve che consegno a Igort per Black, rivista della Coconino editore di cui lui è direttore editoriale. 
"il disegno è buono, ma la storia è davvero assurda! Ma come ti è venuta in mente una roba così, da scocomerati!". 
Caro Igort, ora lo sai.