mercoledì 25 giugno 2014

Il mio mondo è così com’è


Il libro è stato stampato, e sono passati 2 mesi da quando è stato pubblicato. 
Oggi è tempo un po’ di consuntivi, il libro viene presentato alla libreria Carla Sozzani, uno spazio importante, e ci saranno tutti gli amici milanesi, (o almeno una parte). 
Quando si chiude un libro si è attraversati per una settimana da uno stato di grazia. E’ finita, un anno e mezzo di ansie e incertezze si è concluso.
Un anno e mezzo in cui si è convissuto con i personaggi del libro, con le proprie paturnie, con il terrore di essere un bluff, e di non riuscire a portare a termine il lavoro per tempo o anche di non riuscire a portare a termine il lavoro e basta.




Lavorare per questo libro è stato bello, perché Tiziano Scarpa ha scritto una storia che ho amato subito, ed è stato piacevole risolvere tutti gli enigmi che il suo testo comportava, ovvero cercare di tradurre con un disegno e una grafica semplice dei concetti complicati. 
Non parlerò di quel che c’è dentro il libro, dato che le recensioni sono facilmente rintracciabili, ma magari di quel che c’è dentro di me.
Passata una prima settimana che potremmo definire “il lungo torpore dopo un orgasmo prolungato”, (beh non esageriamo, più che altro dopo una sega), insomma, dopo una settimana cominciano a venirmi i bruciori di stomaco.



E’ una condizione che non saprei dire quanto condivisa da altri autori di fumetti, anche perché tra di noi non parliamo quasi mai di cose veramente importanti, passiamo il tempo a parlare male degli altri autori, o degli editori, o dei lettori che non capiscono niente e di quanto Hulk sia più forte della Cosa.
Ma dopo un po’ comincia l’umiliante confronto: sembra che gli altri autori ricevano sempre e comunque più attenzioni di te. 
Cominci compulsivamente a leggere con molta attenzione tutti i forum che si occupano di fumetti e piano piano ti accorgi che viene dedicato molto più tempo a qualsiasi oscuro fumetto autoprodotto da un nerd brufoloso (esclusivamente per il web) che al tuo capolavoro pubblicato con un grosso editore. Dopo un primo periodo in cui quello che esce sui giornali ti sembra troppo poco per la tua vanità sconfinata cominci a mendicare recensioni un po’ ovunque vergognandoti come un ladro.
E’ un po’ quello che ti succede alla fine di ogni libro: ti sei autosuggestionato e credi effettivamente di meritare qualcosa di più, e che il tuo libro avrebbe dovuto essere salutato come qualcosa di davvero epocale.



Questa volta è stato diverso, il libro è stato recensito bene, e le persone che l’han letto mi scrivono per farmi i complimenti. 
Non sono una folla, ma chi l’ha letto, pur non conoscendomi affatto di persona, ha sentito l’urgenza di scrivermi per dirmi grazie.
Mica tutti. Ma un po’ di gente sì.
Ehi, frena frena, non sono preparato, e che cazzo. Dietro l’angolo annuso la beffa del destino. Troppo abituato all’epic fall.
Non so quanto sta vendendo, non ho il coraggio di chiederlo, non ho voglia di farmi del male più di tanto.
Penso di aver fatto un libro di cui sono abbastanza contento, non ho bluffato, non ho riposto speranze irrealistiche, non ho pretese improbabili.
Alla fine sono consapevole che se il libro vende mi servirà per l’unica cosa che mi interessa: avere la possibilità di farne un altro, e anche se so che questo mestiere mi fotterà l’uso della vista, mi terrà alzato la notte più del dovuto, mi farà ingrassare per via della vita sedentaria e farà male alla mia schiena e magari non migliorerà i miei rapporti interpersonali e magari non mi impegnerà granché per migliorare il mondo e non mi farà ricco…alla fine di tutte le chiacchiere, dell’arte, del design, della musica e dell’insegnamento eSTOP! 
Al fumetto sono sempre ritornato, e lui era lì ad aspettarmi come se nulla fosse. 
“Ciao fumetto, sei l’unica cosa che mi riesce bene… “.
Lui mi guarda, coi suoi occhi fumanti fumettosi: 
“QUESTO LO CREDI TU, adesso vediamo (metti la cera, togli la cera)”. 




 Il Mondo Così Com'è, Mercoledì 25 Giugno, 
Libreria Carla Sozzani, Corso Como 10.

martedì 15 aprile 2014

Oggetti Rivisti

Quest'anno non ho fatto nessun report sul Salone del Mobile, solo un piccolo testo per Oggetti Rivisti, una iniziativa che proponeva a designers, artisti, autori e anche semplici fannulloni curiosi di scegliersi un evento del Salone e scrivere una recensione, la mia missione della settimana era parlare della nuova collezione di mobili di Moroso, eccola qui:

Allo show-room di Moroso quest’anno atmosfera minimal, molto diversa dallo spettacolo per grandi e piccini a cui ci avevano abituato negli anni scorsi, per cui non ci sono né esplosioni floreali, né ambientazioni africane né composizioni complicatissime a base di cannucce per bibite. Insomma si vedono finalmente i mobili. Forse i modaioli storceranno il naso, ma qui  ci si concentra sulle sedute che hanno fatto la storia della storica brand , rivestite di stoffe colorate secondo la palette cromatica e i tagli studiati da Martino Camper. Alcune di queste sedute sono dipinte con i disegni infantili-ma-non-troppo di Peter McDonald. Ai critici che sussurrano tra i denti “quattro stracci” si potrebbe controbattere dicendo che ogni tanto contrapporre allo sfoggio muscolare la semplice poesia forse può essere una scelta davvero rivoluzionaria. Dopotutto se vogliono vedere l’hard core della produzione di stagione della brand friulana (friulana come locazione, ma internazionale e sofisticatissima per storia e vocazione) possono andare al loro stand alla fiera di Rho. In fiera potranno trovare pane per i loro denti, lì le sorprese sono davvero molte, si passa dai divani funzionali della Urquiola alle sedute sorprendenti di Ross Lowergrove, dalla semplice ed elegante sedia Heel di Nendo alla bella poltrona “vestita” Talma di Benjamin Hubert. 
Consiglio un momento di pausa meditativa di fronte alla seduta Kenny, disegnata da Raw EWdges in team con la danese Kvadrat. Qui, in un momento qualsiasi potrete fare un gran respiro e urlare a squarciagola:
“Hanno ammazzato Kenny, bastardi!”...e zittire tutto quel rumore.


se siete curiosi di leggere cosa hanno scritto tutti gli altri,  potete scaricare l'app gratis per Iphone, Ipad e Android contenente tutti gli articoli qui:
https://itunes.apple.com/it/app/oggetti-rivisti/id828994818?mt=8

lunedì 31 marzo 2014

Madonn sui marciapèe



Ricevo una telefonata da Antonio Colombo, il mio gallerista di Milano: 
AC “ Faccio una cosa in Aprile con Zio Ziegler, vuoi partecipare?”.
IO “Zio Chi?”. 
AC “Dai, Zio Ziegler, è un graffitista bravissimo, molto prolifico, molto fico, molto ricco, molto giovane, molto tutto, vive a San Francisco, ha dipinto gli uffici di Facebook …”
IO “Guarda, non lo conosco e mi sta già sui maroni…” (risate dall’altra parte del telefono da parte di AC).
AC “Su Giacon, fatti venire un’idea, ci sono anche un sacco di altre opere esposte…perché non dipingi anche tu qualcosa? …No una bicicletta no”.
Il giorno dopo mi sveglio con una folgorazione… Madonna e i madonnari! Certo, dopotutto i madonnari sono stati da sempre la nostra vera street art, molto prima che il termine “street art” venisse coniato. Si tratta di un tipo di arte presente in Italia fin dal secolo XVI , ma di cui si hanno documentazioni visive solo dai primi del ‘900 ad oggi (per ovvi motivi). Una forma di arte popolare, e umile. Una forma d’arte effimera, le cui opere sono destinate a sparire pochi giorni dopo l’esecuzione, calpestate dalle persone, lavate dalla pioggia. Il vero antenato della moderna arte di strada. Un atto di fede, e insieme di sfruttamento della devozione popolare, perché di fronte a una immagine sacra disegnata davanti a una chiesa come si fa a negare un’elemosina?
Io disegnerò la mia Madonna in metropolitana, per terra, mentre Ziegler farà il suo mega intervento su 15 metri quadri di parete.
A me, modestamente, basta un po’ meno, userò tre metri x tre, e disegnerò una Madonna con bambino, ecco qui il bozzetto:



La disegnerò su fogli di carta incollati al pavimento. Molti potranno optare che così non è proprio da madonnaro, ma non avevo scelta: i gessetti non attaccano sulle piastrelle della metro. Inoltre vorrei far notare che ormai molti madonnari moderni disegnano su una tela arrotolata che dispiegano città dopo città, finche il lavoro non è finito. Poi chissà che fine fa.
All’inizio mi chiedevo se filologicamente non sarebbe più corretto anche chiedere un offerta, ma l’ho già fatto in passato. 
In effetti in questo momento ho altri problemi meno filologici e più concreti: mi reggerà la schiena? Non l’ho mai fatto prima, verrà fuori una porcheria?
Questo lavoro è anche un omaggio a Jannacci, cantautore che ho sempre amato, e a una sua canzone in particolare, “La ballata del Pittore”. La cantavo con il mio amico Checco, a 17 anni, in fuga da Padova in estate, in autostop…
Per chi non sa il milanese, ecco una traduzione fatta così, su due piedi:

Lui stava sempre in un angolo della strada
e non parlava mai a nessuno
lui pitturava , mattina e sera, madonne sul marciapiede
lui pitturava, mattina e sera, per far qualche soldo

La gente passava e diceva : ma come si fa?
A fare le Madonne così spotacchiate?
Però quando passavano, davano uno sguardo prima di tirare avanti
davano un’occhiata, e poi qualcosa gli davano, gli davano cento lire.

Un giorno che c’era confusione, 
c’era il mercato proprio vicino al suo cantone.
E’ passato un vigile, con gli scarponi, e ha cancellato le madonne,
lui è saltato su che sembrava una biscia, e ha osato dirgli: “Pirlone!”.

Adesso ha cambiato angolo
sta in un angolo di San Vittore
nella sua cella ha disegnato una scena della Crocifissione
Il suo Gesù ha la faccia di un vigile, un viglie con gli scarponi. 

L’ho sempre trovata una canzone bellissima, con un finale feroce. Eh si, lo so, manca il taratarattarattarattariraaaa tipico di Jannacci, ma cercate di immaginarvelo. 
Alla fine del lavoro non so cosa sarà della mia Madonna sul marciapiede, ovvero se sarà strappata, calpestata, apprezzata, disprezzata, e non voglio nemmeno pensarci, la voglio disegnare e basta. 


3 Aprile, da qualche parte della Metropolitana, linea gialla fermata Repubblica, dalle parti del passante ferroviario a Milano, dalle 18 in poi.


mercoledì 12 febbraio 2014

Oh Freak sei chic


Freak, freak, freak. 
Ciao Roberto, lo sai che non avevo mai amato quel freak tra nome e cognome e non te l'avevo mai detto? 
Mi sembrava un retaggio di un periodo da archiviare, un periodo che in fondo era anche il mio periodo fricchettone, ma certo negli anni ottanta non si poteva ricordare, era così demodè. 
Ti conoscevo perché gli Skiantos mi avevano insegnato già nei tardi anni '70 che si poteva salire su un palco e atteggiarsi a rockstar dei poveri senza saper fare musicalmente niente di niente, eppure raccogliendo lo stesso in egual misura fischi ed applausi. 
A volte, nei concerti dell'Autonomia Operaia padovana salivo sui palchi a sorpresa e disturbavo i concerti di cantautori deprimenti e gruppi folk di Pomigliano d'Arco con la mia versione sgangherata di "Largo all'Avanguardia". 
Un giorno presi il treno, ed andai a Bologna per conoscerti. 
Non sapevo dove abitavi, avevo solo  l'indirizzo della Harpo's Records, l'etichetta indipendente che sarebbe diventata l'Italian Records, e che aveva pubblicato il primo disco degli Skiantos. 
Mi accolsero in maniera informale, e mi dissero che se volevo conoscerti bastava che me ne stessi lì, seduto da qualche parte senza disturbare, e che prima o poi saresti passato. E passasti.
Una volta arrivato sembravi incuriosito da questo ragazzino di Padova, che faceva dei disegnini ispirati ai gruppi demenziali bolognesi... Io ero assai impacciato, ma mi lasciasti mostrare i miei brufolosi sgorbietti e mi raccontasti in maniera rocambolesca come erano nati gli Skiantos. 
A questo punto i miei viaggi Padova -Bologna divennero costanti, e quelli della Harpo's si abituarono alla mia presenza, anche se non capivano bene che cosa ci facessi lì.
Con grande tempismo mi misi a disegnare una biografia a fumetti degli Skiantos, supervisionata da te, proprio quando tu decidesti di andartene via dal gruppo e iniziare un percorso da solista. 
Per un po' non frequentai Bologna, misi in piedi la mia scalcinata band, gli Spirocheta Pergoli, e Vittore e Piermario mi coinvolsero in Trax, il loro network artistico. Tutto ciò mi teneva occupato un bel po'. 
Continuavamo a scriverci, ti incontravo ai grandi concertoni bolognesi, I Clash, I Devo. 
Il mio stile cambiò.
Un giorno ti scrissi una lettera, in risposta a una tua cartolina in cui mi chiedevi, ad ogni modo, come stavo. Avevo siglato la mia lettera con un pupazzone, disegnato con i Pantone, e tu telefonasti a casa dei miei: "il tuo pupazzo mi ha fatto molto ridere, forse ho del lavoro per te". 
Si trattava di disegnare il manifesto per la tournée di Beppe Starnazza e i Vortici, e il primo 45 giri della band, che proponeva versioni futuribili di brani di autori che tu definivi "protodemenziali", come Petrolini, Natalino Otto, Carosone.



Andai a Milano alla CGD, con il mio manifesto, ma quel giorno dovevo vedere anche quelli della cooperativa Storiestrisce, che gestiva lo scouting di giovani autori per Linus e per Alter.
Ricordo che era una giornata di sole e di maggio, e io con i miei rotoli da disegno e una tosse asinina mi presentai a Milano.
Quelli di Storiestrisce erano perplessi vedendo i miei primi acidi fumetti, ma quando videro i disegni di Beppe Starnazza ebbero un'illuminazione : "perché non disegni delle brevi storie di Beppe Starnazza per Linus? Chiedi a Roberto se le vuole scrivere…"
E così cominciò la mia carriera ufficiale nel mondo del fumetto, tu mi raccontavi le tue storie al telefono, non c'erano fax e non c'erano le mail, così tu mi descrivevi a voce la storia, e io ti raccontavo come l'avrei disegnata. 
Era un rapporto basato sulla fiducia. Ogni tanto ci venivano le idee in treno, tra Bologna e Milano, tra Padova a Bologna, ti mettevi le dita nel naso e ci veniva in mente una storia su Beppe Starnazza e le caccole, cose così. 
Poi anche la band si sciolse, credo per colpa della CGD, che aveva investito soldi che non erano rientrati, e insieme alla band terminarono le nostre storie su Linus, ma siamo rimasti in contatto. 
Io venivo a vederti ai concerti e agli spettacoli teatrali, tu leggevi i miei fumetti su Frigidaire. 
Passavano gli anni e ci vedevamo ogni tanto, un po' più vecchi, ma sempre timidissimi.
Non sapevamo cosa dire, e il tuo sguardo (anche quand'eri fatto) era quello insostenibile di chi sapeva troppo bene come andava il mondo degli artisti amati ma poco compresi, e nascondevano abissi di ironica malinconia, a quel punto bastava un abbraccio, e così andammo avanti per sempre. 
Non abbiamo più lavorato insieme, ma ogni tanto ce lo riproponevamo, un po' con quella formula gentile che si deve recitare quando ci si vede, quasi per sottolineare che non ti sei perduto del tutto. 
Ciao Roberto, ci siamo voluti molto bene, e questo è tutto, non siamo mai stati molto bravi a dirci molto di più. 
Restano le storie, qui c'è una delle mie preferite.





sabato 14 dicembre 2013

Illustri attori


Questa è la mia prefazione per la mostra Illustri, curata da Ale Giorgini, è una mostra bellissima, io non ci posso essere, ma per farmi perdonare, e visto che tutti sono stati così carini da chiedermi di scrivere un'introduzione, la condivido con tutti qui, anche se oggi il blog non sembra rispondere e chissà chi la leggerà mai...




Illustri attori
di Massimo Giacon
(artista, insegnante, comic maker, designer,i llustratore, rockstar in pensione)

Scusi, la sua professione? 
"faccio fumetti".
Eh?
"faccio l'illustratore".
Ah, Ok.
Chissà perché quando ho a che fare con le istituzioni la prima risposta crea una seconda domanda mentre la seconda tranquillizza e mette tutti in pace, evidentemente si tratta di una professione rispettabile, anche se suppongo che il : carabiniere-funzionario di banca-impiegato delle poste- agente delle tasse- commercialista- idraulico- spedizionere- tassista etc etc abbia solo un'idea abbastanza vaga su cosa voglia dire essere un illustratore di professione. Su, dai, è quello che ha il compito di riempire lo spazio tra un blocco di testo e l'altro nei giornali che leggi… Hum , mi correggo, che ogni tanto sfogli prima di una visita medica o dalla parrucchiera o al bar mentre bevi il caffè…No l'illustratore non è quello che fa i diagrammi che spiegano quanti soldi stiamo perdendo ogni giorno, o che raffigura con un disegno schematico e dettagliato come è avvenuto l'incidente il caso di cronaca nera lo tsunami il terremoto l'inondazione l'omicidio di Cogne i luoghi dove si appostava il mostro di Firenze come funzionano i Google Glass come si prepara il sushi con un tocco di fantasia partenopea, o meglio sì, l'illustratore è anche quello, ma questi qui che stai vedendo in questo catalogo sono diversi, non sono più nobili o più importanti. Sono diversi…E pubblicano soprattutto all'estero.
Estero?
Pubblicano in America!
Aaaaah, ooohhh! America!!! Però! Allora devono essere bravi!
Per la persona mediamente acculturata che vive in Italia purtroppo la parola America è ancora un sostantivo che accostato a un individuo X ne accresce il prestigio, America probabilmente è una parola che evoca ancora memorie ataviche legate alle navi piene di immigrati italiani che indicano con voce tremante la Statua della Libertà : A-A-A Ammericaaaaa!
E' vero, si tratta di una generazione di illustratori che pubblicano (anche) in America. Ma nessuno di loro vive lì, pur lavorando per molte riviste molto radicate nella quotidianità americana. 
Un artista che viene dall'estero (o anche dalla provincia americana), se vuole iniziare a combinare qualcosa nel mondo dell'arte che conta in America si deve trasferire a New York oppure a Los Angeles. Non ci deve fare una vacanza, nè starci per qualche mese, né starci per un anno, deve viverci. Altrimenti un gallerista che ti giudica interessante non investirà mai su d i te, i suoi collezionisti vogliono conoscerti, frequentarti, diventare i tuoi amici, uscire con te, vederti ai parties, altrimenti non funzionerà.Gli americani vogliono il tuo corpo in ostaggio. Era così nel passato, e Internet non ha molto modificato questa linea di pensiero. 
Gli Illustratori invece sono l'avanguardia di un nuovo modo di lavorare : internazionali ma legati alla vita in casa, connessi ma allo stesso tempo riservati. Se vanno alle feste lo fanno per divertirsi. Se viaggiano lo fanno per conoscere, non per disperazione. 
Sono stati in giro per il mondo e poi sono tornati a casa, hanno preso contatti interessanti e se li sono pian piano coltivati, come il basilico sul terrazzo. Usano mezzi tecnologici, ma anche tecniche antiche (la serigrafia, il feltro, le carte ritagliate). 
A differenza di un artista, che può vivere per tutta la vita di un idea unica coniugata con stile, gli illustratori sono costretti ad avere ogni volta un'idea diversa, interpretandola in maniera diretta, efficace, sintetica il più possibile.
Immagino quanta fatica abbiano fatto, partendo dal'entusiasmo ormonale - adolescenziale che invece ti spinge a riempire tutto, a spruzzare di seme creativo la pagina senza lasciare spazi vuoti. Immagino soprattutto quanti fogli zeppi di personaggi fantasy e biomeccanici e manga e robottoni e fatine floreali e motociclette e macchine da corsa e muscoli ipertrofici ed eroine mammellute e armi impossibili da imbracciare e mostri e zombies e vampire dark e vampiri dall'aria efebica ed ermafrodita e naturalmente nessuna idea prospettica né sulla natura né sull'architettura siano stati sacrificati alla Dea della Creatività Banale prima di arrivare a questi risultati.
Immagino il giorno in cui si sono trovati con il loro stile in mano, ed era proprio quel giorno lì, quello che non avevano programmato, quello in cui si erano messi a disegnare dopo che erano mesi che scopiazzavano quell'autore che piaceva tanto, ma che maledicevano perché esisteva già prima di loro e avrebbero voluto tanto essere come lui, o magari avere una Time Machine vera per tornare indietro ed ammazzarlo, sostituendosi a lui in un secondo tempo.
Chi disegna guarda i disegni degli altri con occhio diverso dalla persona comune. Non vede solo un'immagine e il suo significato, ma visualizza anche il gesto, il tavolo da disegno, la mano che in quel punto è scivolata, e allora è saltato fuori quel tratto imprevisto, frutto del tentativo di correggere quello sbaffo, di coprire quella macchia. 
Un disegno mi racconta molto della persona che l'ha eseguito: se quel giorno l'autore si sentiva insicuro e allora ha corretto 10 volte quella posizione perché non andava mai bene, oppure se era preoccupato perché non gli avevano fatto ancora il bonifico e allora l'illustrazione per il settimanale economico era venuta particolarmente deprimente, oppure era stanco perché aveva mille altri lavori da fare e allora per quella rubrica di moda aveva avuto un'idea sintetica e bellissima che con pochi elementi risolveva la questione, e anche il problema della tempistica.
I tempi di consegna sono uno degli altri incubi dell'illustratore: Il tempo non è mai abbastanza e resta sempre il rimpianto per aver trovato una soluzione di ripiego, mentre con maggior tempo a disposizione il lavoro sarebbe venuto molto meglio, molto più ricco, molto più dettagliato, molto più intelligente. 
Molto probabilmente il tempo in più sarebbe stato sprecato uscendo a ubriacarsi con gli amici, giocando ai videogiochi, partecipando a un flame su facebook, litigando con il fidanzato o masturbandosi. 
Cari illustri, alcuni di voi li conosco bene personalmente, di altri conosco solo il lavoro, e di alcuni ho visto le immagini per la prima volta proprio in questa occasione, ma voglio bene a tutti in egual misura, perché le vostre notti insonni perdute per una consegna sono state le mie notti insonni, perché la vostra voglia di piangere di fronte a un' illustrazione venuta male dopo una giornata di duro lavoro è stata anche la mia voglia di piangere, il senso di appagamento quando quel lavoro era finalmente finito e ce l'avevi tutto steso li',sul letto, sul desktop, sulla scrivania è stato anche il mio, perché il senso di meraviglia nei confronti di quello che riuscivate a tirar fuori dalla vostra matita indipendentemente da quanto vi sentivate inadeguati e inesperti era anche il mio, perché le frustrazioni nelle conversazioni con clienti che tra le proposte e varianti di un'illustrazione commissionata sceglievano invariabilmente quella mediocre sono state anche le mie, perché il piacere nel mettere ordine sulla la scrivania, temperare le matite e preparare il tavolo dove disegniamo prima di iniziare ogni giorno questo lavoro fottuto e meraviglioso è anche il mio, ogni giorno, again and again. 






domenica 25 agosto 2013

Trax & Traxman

Nell'arco di 5 anni, con Vittore Baroni inventai il personaggio di Traxman, che è stato un pò la mascotte del progetto Trax di Vittore, Piermario Ciani e me. In questo bel testo in inglese Vittore parla in maniera estesa di tutto quello che è stata la nostra collaborazione, io sono riuscito a recuperare invece alcuni materiali visivi a corredo del testo.
TRAX was founded after a brain-storming, actually a meeting in a coffee bar one afternoon while attending a new wave festival, between Piermario Ciani (who thought up the name TRAX and the main guidelines, hence he was TRAX Unit 01), me (Unit 02) and Massimo Giacon (Unit 03). We lived in different towns with hundreds of kilometres between us, so we were mostly “networking” through the mail and phone, meeting only a couple of times a year. We met through exchanges of our ‘zines and fortuitous contacts in the musical underground. Then there were a dozen other TRAX Central Units (persons who produced at least one TRAX item) and approximately five hundred TRAX Peripheral Units in seven years (persons who participated to at least one TRAX project). Piermario (sadly deceased from cancer in 2006) was helping out in the family business at the time, a small bakery, by delivering the bread early in the morning and taking care of the administration. He was also working as a freelance professional photographer and graphic artist mainly for local rock bands (collectively known as The Great Complotto), so his home in Bertiolo, a very small village in the country near Udine, was always an intersection of interesting creative people: punks, comics artists, etc. He was behind many underground projects, fanzines, festivals and exhibitions, plus the conceptual band Mind Invaders. Massimo, a few years younger than me and Piermario, was still a student at the time, just starting his career as a professional comics artist (on the pages of national magazines like Il Mago, Alter, Frigidaire) and playing with his own band Spirocheta Pergoli (later I Nipoti del Faraone) weird songs, a la Residents, that were a stable presence in TRAX products. Giacon turned out to be the more successful of us three, in his artistic career: he still publishes comics and illustrations (in fact, I just reviewed his last graphic novel Boy Rocket), but he has worked a lot as a “neo-Pop” gallery artist and as a graphic designer of objects for top studios and firms like Memphis, Swatch, Alessi.
Since we're discussing Massimo's comics work, I'm interested in the role comics played in the TRAX releases- this seems to be a fairly unique feature when compared with other cassette releases of the time, or other 'mini multi-media' offerings (actually I can think of few 'indie' labels, period, who have released comics-and-music packages.)

Even before I learned to read, I was an avid consumer of comics, and I never really stopped, it is a form of verbo-visual expression that fits perfectly with my own range of tastes, just like rock music or horror movies. Rock and comics both represent, for people born in the Fifties like me (but also for later generations) a form of intrinsic and instinctive revolt to official culture: the perfect media to express dissent and to explore or create new languages. Massimo Giacon was of course a big comics fan, to a lesser degree also Ciani and other TRAX collaborators, so when the TRAX project took shape, it seemed very natural and obvious to include Giacon’s comics in most audio-visual products (as well as his music.) In addition to single short stories and illustrations also by other comics authors (like Johnny Grieco or Davide Toffolo), we created a serialized “long story” of the adventures of the superhero Traxman. With Giacon’s drawings and my own scripts, this appeared in various TRAX booklets and catalogues in a black and white version.


Later, we perfected this story in a re-drawn colour version, that was serialized in the pages of Tempi Supplementari, a nationally distributed magazine published as a supplement to the trend-setting Frigidaire (a magazine that in the early Eighties revolutionized the Italian comics scene, introducing to a large audience new authors like Pazienza, Tamburini, Liberatore, Mattioli, etc.) The Traxman adventures were a sort of spoof thriller-sci-fi epic that both parodied the stereotypes of characters like Spirit or Superman and included the main TRAX players (me, Ciani, Ciullini, Ayers, etc.) in fictionalized form. It was a meta-comic that assumed whole new meanings if you read it knowing the history of the various TRAX members... Unfortunately, just when the Traxman adventures were ready to be collected in book format, Frigidaire found itself financially in bad waters, so the project was shelved.




I do not think anyway that TRAX was the only tape label interested in comics, there were many in DDAA’s French Illusion Production, Charles Burns designing the graphics for early Sub Pop items also comes to mind (when Sub Pop was still a small zine releasing cassettes!), I’m sure there are many other examples. Actually, in 1984 with materials from my collection I curated for the town art museum of Forte dei Marmi the exhibition Nuvole Rotolanti (“rolling clouds”, the comics’ balloon being nicknamed “cloud” in Italy) that was a wide exploration of all kinds of interferences between rock and comics. Massimo Giacon was one of the guests performing at the show, the Spirocheta Pergoli 12” EP TRAX 0784 - Fuzzi Bugsi tumpa il bongo! was published as “catalogue” of the event, and the record was based on a story that Giacon had just published in the monthly comics magazine Alter. I was very disappointed by the book by Ian Shirley Can Rock & Roll Save the World? - An Illustrated History of Music and Comics (SAF, 2005), because it failed to even mention Giacon, Igort, Carpinteri, Archer Prewitt, a whole load of artists/musicians that produced an incredible wealth of work on the thin line between comics and music.
Vittore Baroni, 2009



mercoledì 7 agosto 2013

Spirocheta Pergoli: Romero's Living Dead

In questi giorni mi è arrivato un cd. E' una compilation della Strut records, bella etichetta tedesca, che recupera un bel po' di band degli anni '80, alcune semi-dimenticate, per una antologia storica. Fa una certa impressione, anche ad ascoltarla, per esempio 3 quarti delle band hanno lo stesso suono di batteria (haha). Della mia vecchia Band , gli Spirocheta Pergoli, è stato scelto un brano anomalo, dove non canto (o forse è stato scelto forse per quello), uno strumentale.
Quella che segue è anche una piccola intervista, che compare nel booklet allegato al cd, con la storia di tutte le varie band e della genesi dei vari brani musicali, l'intervista è di Andrea Pomini .
Ringrazio lui, ma soprattutto Alessio Natalizia per aver curato in maniera così certosina l'antologia, (fa un certo effetto), e ringrazio naturalmente Alberto Mineo e Fabio Beltrame che contribuirono materialmente al brano, ed Enrico Friso, il tastierista del gruppo, che il giorno dell'incisione chissà dov'era, ma senza il quale non avremmo avuto le caratteristiche tastierine sghembe che compaiono in tutto il resto della nostra produzione.


- mi fai una breve storia degli Spirocheta Pergoli? mi interessa soprattutto la "visione" dietro la formazione del gruppo, le motivazioni che ve li hanno fatti formare, il genere di cose che volevate fare e che vi hanno portato a suonare insieme, i riferimenti (non solo musicali) italiani e stranieri che avevate...
Io facevo già fumetti. Non pubblicavo ancora per le riviste, ma a 18 anni avevo già un cospicuo curriculum di partecipazioni a fanzines, autoproduzioni e altro, mi inventavo nomi di band assurde insieme a storie che avevano a che fare con la musica dell'epoca, e a un certo punto in piena ondata punk (era il 1979), ho pensato che tutto sommato non ci voleva molto a mettere su un gruppo. Mi piacevano molto i Devo, ma successivamente anche i Residents, i Tuxedomoon, tutta la scena punk di S. Francisco. Mi sembrava "la musica delle possibilità", in più avevo assorbito a 16-17 anni tutto il primo Eno, quello canzonettaro, (mi piaceva molto il suo modo originale di avvicinarsi alla forma canzone). Mi piaceva pure il fatto che all'interno di band mitiche come i Suicide, Contortions e Pop Group operassero dei musicisti che non sapevano palesemente suonare, riuscendo comunque a ricavare musica di qualità. Contemporaneamente veneravo magnifici perdenti come Jannacci, Ciampi, i Balordi, mi piacevano le musiche di Carosello e dello Zecchino d'Oro, e ci tenevo molto al fatto che al nostro progetto venisse data un impronta moderna ma non troppo esterofila. Dopotutto la musica per rumori l'avevamo inventata noi italiani con Russolo, e il mio modo di disegnare si avvicinava a Depero, quindi in qualche modo tutto quadrò. Insieme a due miei coetanei, Alberto Mineo alla chitarra ed Enrico Friso alla tastiera (un'imitazione Farfisa che aveva rubato alla sorella più piccola), passavamo interi pomeriggi a manipolare nastri e a sovraincidere su vecchi registratori a bobine, scoprendo come si potevano "suonare" vecchie radio o vecchi stereo e come re-inventarci delle canzoncine cattive. In genere i nostri concerti erano un disastro, noi sembravamo un gruppo abbastanza precario, praticamente i nostri strumenti erano tenuti insieme con il nastro adesivo.



- il vostro brano nella compilation è "Romero's Living Dead". mi parli del pezzo? come è nato, di cosa parla, aneddoti riguardanti la sua scrittura e/o registrazione, etc.
Ogni tanto andavamo in una sala di registrazione che un contadino con il pallino della musica si era costruito in un paese desolato, stava in mezzo al bosco, e sembrava uno hobbit barbuto, Lui si divertiva un mondo con noi, ci faceva provare i suoi strumenti a percussione autocostruiti e usare il suo 8 tracce a bobine. Durante una di queste sessioni è nata la sezione ritmica del pezzo, naturalmente abbastanza tribale, in un secondo tempo abbiamo aggiunto la chitarra. Era una Hofner degli anni '50, un' imitazione Fender, ma in aggiunta era piena di tasti dalle funzioni a noi sconosciute. Quando veniva accoppiata a un distorsore riusciva a produrre una sorta di miagolio che non aveva uguali. Per finire io ho aggiunto due cose: registravo sempre un sacco di frammenti sonori dall'audio del televisore, e scelsi un pezzo con una donna che urlava, preso da uno dei tanti telefilm di ambientazione medica, per la precisione era una donna a cui avevano diagnosticato un tumore al cervello (nella fiction, ovvio). Le ultime spezie usate come condimento del brano furono delle frequenze casuali, perché collegando in maniera non canonica l'amplificatore del mio stereo a un registratore avevo scoperto che si producevano delle frequenze simili a un synth, ma meno controllabili, che si potevano modulare attraverso una delle manopole dei volumi. Il risultato fu questo pezzo, che pubblicammo su una cassetta Trax, etichetta-gruppo artistico di Vittore Baroni e Piermario Ciani, con cui partecipai ad anni di malefatte. Il brano era molto cupo e ovattato, sembrava registrato all'interno del tubo digerente, e nonostante le nuove e meravigliose tecnologie di missaggio e filtraggio non sono riuscito a migliorarlo nemmeno un po'. E' una marcia, è un omaggio agli zombie di Romero, me li vedevo avanzare inesorabilmente al suono di questa specie di musica. 



- cosa ricordi di quegli anni in italia, della sperimentazione musicale che voi e altri affrontavate? come era la reazione del pubblico, ad esempio?
Il pubblico era sempre abbastanza sotto shock, perché noi ci presentavamo come persone timide, molto gentili e miti, poi sul palco facevamo sanguinare le orecchie degli spettatori. L'effetto era sempre molto acido. Partendo dalla musica e arrivando alla mia vocetta impertinente e acuta non c'era molto spazio per farci benvolere, ma i pochi che amavano la nostra musica erano davvero entusiasti, anche se devo dire che in genere si trattava di persone con grossi problemi, non solo familiari, ma anche mentali, e non è una battuta.




- e del clima sociale e politico, cosa ricordate? 
Gli Spirocheta Pergoli erano un gruppo schierato in qualche maniera?
Padova in quel periodo era una città molto particolare, estremamente politicizzata. All'Università insegnava Toni Negri, e la città dagli anni '70 aveva vissuto una lotta di quartiere tra estremisti fascisti e l'Autonomia Operaia. Ciò produceva una tensione continua, ma anche un dibattito politico molto sentito dalle persone della mia generazione. I creativi come me spesso facevano la figura dei fessi, e riuscivo a prendere le botte un po' da tutti: dai fascisti, dalla polizia durante le manifestazioni e rischiavo di prenderle pure dai militanti di Autonomia Operaia per la mia autonomia intellettuale che evidentemente a lor detta non aveva molto di operaio, ma era anarcoide e basta. Radio Sherwood era la radio del Movimento, e accortasi che a forza di jazz e di gruppi folk nel 1980 rischiava di perdere il tram, decise di fare una specie di festival punk-new-wave. Chiamarono anche noi, e quello fu il nostro primo concerto, e chi era al Teatro Ruzante quella sera si ricorda di noi ancora nei suoi incubi, o nei suoi sogni migliori, questione di punti di vista.

*****